fascismo

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Alcide CerviI miei sette figli

La storia dei sette fratelli fucilati dai repubblichini agli albori della Resistenza: un’indimenticabile testimonianza di uno degli episodi piú tragici della lotta partigiana.

Stampato per la prima volta nel 1955 e tradotto in moltissime lingue, I miei sette figli è un documento fondamentale dell’epopea partigiana italiana. Mai nella storia di un popolo, neppure nelle sue leggende, si era avuto il sacrificio di sette fratelli caduti nello stesso istante e per la stessa causa.

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Bruno MaidaLa Shoah dei bambini

Un libro che riattraversa «con occhi di bambino» le tragiche vicende della persecuzione antiebraica.

La storia della persecuzione degli ebrei attuata dal fascismo tra il 1938 e il 1945 ci è ormai ben nota, ma raramente ci si è soffermati a riflettere su cosa abbiano significato quei tragici sette anni per i bambini italiani. Per i bambini «ariani», cresciuti nell’educazione al razzismo e alla guerra, e, soprattutto, per i bambini ebrei, allontanati da scuola, testimoni impotenti della progressiva emarginazione sociale e lavorativa dei genitori, quando non della distruzione e dell’eliminazione fisica della propria famiglia.

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Beppe FenoglioIl partigiano Johnny

Il piú originale e antiretorico romanzo italiano sulla Resistenza. Il capolavoro che racconterà per sempre chi sono stati i partigiani in Italia.

«E pensò che forse un partigiano sarebbe stato come lui ritto sull’ultima collina, guardando la città e pensando lo stesso di lui e della sua notizia, la sera del giorno della sua morte. Ecco l’importante: che ne restasse sempre uno».

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Michela MurgiaIstruzioni per diventare fascisti

«Essere democratici è una fatica immane. A dire il vero, se guardiamo all’Italia di oggi, sembra che non interessi piú a nessuno, tanto meno alla politica».

Lungi dall’essere un’ideologia, il fascismo di oggi è un metodo, un modo di fare. È il metodo non di chi combatte un avversario, ma di chi costruisce un nemico, di chi fa leva su una costante condizione di pericolo, di chi pensa che un capo unico e forte possa risolvere tutti i problemi.

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Giacomo Debendetti16 ottobre 1943

Roma, Portico d’Ottavia, 16 ottobre 1943. Sono le 5.15 del mattino quando le SS fanno irruzione nelle strade del ghetto ebraico e rastrellano 1024 persone, tra cui 200 bambini. Due giorni dopo, dei vagoni piombati partiranno dalla stazione Tiburtina alla volta di Auschwitz. A tornare saranno in sedici. A raccontarci tutto questo è Giacomo Debenedetti: pagine brucianti dove a parlare è un coro sgomento e terribile da cui si staccano, solo per infinitesimi istanti, le voci dei protagonisti, subito sommerse e per sempre perdute.

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Davide ContiGli uomini di Mussolini

Al termine della Seconda guerra mondiale molti tra i piú alti vertici dell’esercito o degli apparati di forza del fascismo furono accusati di omicidi e torture, ma nessuno venne mai processato o epurato. Nessuno fu mai estradato all’estero o giudicato da un tribunale internazionale. Diversi di loro furono invece coscientemente reintegrati nei loro posti di responsabilità, dando corpo a quella «continuità dello Stato» che rappresentò una pesante ipoteca sull’Italia repubblicana.

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Marco BalzanoResto qui

L’acqua ha sommerso ogni cosa: solo la punta del campanile emerge dal lago. Sul fondale si trovano i resti del paese di Curon, in Sudtirolo, terra di confini e lacerazioni, un posto in cui nemmeno la lingua materna è qualcosa che ti appartiene fino in fondo. E proprio a Curon, prima di essere spazzato via per sempre, abita una comunità che, aggrappandosi alla rabbia, sceglie di resistere.

«Se per te questo posto ha un significato, se le strade e le montagne ti appartengono, non devi aver paura di restare».

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