Niccolò Ammaniti scrive il suo romanzo d’amore piú pauroso, scavando nei desideri nascosti di un adolescente, Nilo Vasciaveo, che con la sua famiglia custodisce un segreto antico e letale.
In uno sperduto borgo della Sicilia, una striscia di case gettate alla rinfusa su una grande spiaggia, vive la famiglia Vasciaveo. Il tredicenne Nilo, la madre Agata e la zia Rosi. Ufficialmente si occupano di lavorare e rivendere marmo, ma è solo una copertura. I Vasciaveo sono da secoli, anzi da millenni, i custodi di qualcosa di indicibile. L’arrivo in paese di Arianna – giovane donna bella e alla deriva – e della figlia Saskia rompe gli equilibri che tengono in piedi le loro esistenze. Essere custodi della cosa nel bagno equivale anche a esserne prigionieri. Un sacrificio che Nilo, dopo aver conosciuto l’amore, non potrà piú sopportare.
Mamma mi aveva avvertito, scordati gli amici, scordati i viaggi, il mondo inizia e finisce a Triscina, noi abbiamo un compito, occuparci della cosa nel bagno.
«Il nuovo romanzo di Ammaniti è un’invenzione. Di nuovo crea qualcosa che prima non c’era. Ha dato ragione a tutti i mostri e le paure dell’infanzia non perché finissero, ma perché esistessero» (Teresa Ciabatti su «La Lettura»).
«Ad Ammaniti “scrivere bene” interessa poco o niente; gli piace, e gli riesce, raccontare di adolescenti e di mostri. Il che è lo stesso» (Gianluigi Simonetti su «Tuttolibri»).
«Ammaniti resta l’unico scrittore italiano contemporaneo che scrive divertendosi, che racconta una storia come se stesse raccontando una barzelletta (fidatevi: è il piú bel complimento che si possa fare a un narratore. Ovviamente soffre anche, mentre scrive» (Antonio D’Orrico su «Domani»).
«Questo romanzo di Ammaniti si legge col cuore in gola e si finisce in fretta, un po’ perché è breve, un po’ perché si divora, un po’ per paura che succeda qualcosa di terribile e che non si salvi nessuno, e allora è meglio scoprirlo il prima possibile per potersi liberare dalla paura che succeda» (Daria Bignardi su «Vanity Fair»).
«Ammaniti ha fatto dell’assurdo la grammatica delle proprie narrazioni. Nel romanzo Il custode torna tutto, davvero: tutto. Eppure Ammaniti non si ripete. Ammaniti arricchisce» (Mattia Insolia su «L’Espresso»).
«Ammaniti restituisce tra orchi e mostri (tutti umani) una tenerezza inossidabile, quella dell’infanzia che guarda al mondo con uno stupore capace di resistere al male» (Giacomo Giossi su «Il Foglio»).
Niccolò Ammaniti racconta il romanzo a Che tempo che fa:
