Michela MurgiaAccabadora

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«Acabar», in spagnolo, significa finire. E in sardo «accabadora» è colei che finisce. Agli occhi della comunità il suo non è il gesto di un’assassina, ma quello amorevole e pietoso di chi aiuta il destino a compiersi. È lei l’ultima madre.

Maria e Tzia Bonaria vivono come mamma e figlia, ma la loro intesa ha il valore speciale delle cose che si sono scelte. La vecchia sarta ha visto Maria rubacchiare in un negozio, e siccome nessuno la guardava, ha pensato di prenderla con sé, perché «le colpe, come le persone, iniziano a esistere se qualcuno se ne accorge». E adesso ha molto da insegnare a quella bambina cocciuta e sola: come cucire le asole, come armarsi per le guerre che l’aspettano, ma soprattutto come imparare l’umiltà di accogliere sia la vita sia la morte.

Leggi un estratto.

Accabadora ha vinto il Premio Dessí, il Premio Calvino e il Premio SuperMondello.

«Michela Murgia, attingendo alla potenza della letteratura, traspone il dibattito attuale su testamento biologico ed eutanasia in un universo mitico, donandoci la possibilità di tornare a pensarvi senza urlare, con la giusta forza e delicatezza» (Valeria Parrella).

«I grandi temi che riguardano l’esistenza umana sono immutabili attraverso le generazioni e le latitudini. Cambiano forse le parole ma alla fine il dramma morale è sempre lo stesso. Ecco perché il capolavoro di Michela Murgia continua ad affascinare i lettori» (Roberto Cociancich, «il Riformista»).

«Una riflessione sulla vita, la morte e la maternità nella Sardegna rurale, e nel nostro presente» (Giulia Blasi, «Donna moderna»).

«Il libro che ha fatto conoscere a tutti la sua scrittura» (Silvia Bombino, «Vanity Fair»).

Michela Murgia legge un estratto dal libro.