Matteo BussolaLa neve in fondo al mare

Scuola Madre Mazzarello, Torino
Classe: IV A liceo linguistico
Docenti: Roberta Strocchio, Alessia Ieva

Il Liceo Mazzarello incontra Matteo Bussola: capire i giovani oltre il giudizio

 Il 9 aprile 2026, all’istituto Madre Mazzarello di Torino, lo scrittore Matteo Bussola ha incontrato gli studenti delle classi che, nell’ambito del progetto Lo struzzo a scuola della casa editrice Einaudi, hanno letto e lavorato sui suoi libri, in particolare su La neve in fondo al mare.

L’incontro è stato scandito da una serie di domande proposte dai ragazzi e dalla lettura di alcune lettere, scritte dagli studenti e indirizzate a vari personaggi presenti nel romanzo. Alle prime domande, che hanno riguardato il ruolo di chi scrive e l’ispirazione per il suo romanzo,  il nostro ospite ha risposto dicendo che lo scrittore, a differenza di quanto si possa pensare, è uno che non sa niente e può tentare di scoprire le cose grazie alla scrittura: lui, in prima persona, ha voluto approfondire questo tema urgente e attuale, esplorando l’«epidemia psichiatrica» che sta affliggendo il mondo odierno e visitando strutture cliniche dove sono ricoverati ragazzi di tutte le età (durante il lockdown, nelle proprie camerette – luogo che dovrebbe essere sicuro –  molti ragazzi hanno iniziato a stare male e i genitori hanno visto i propri figli autodistruggersi e infliggersi dolore, senza comprenderne le ragioni).

Questo è un tema che gli sta molto a cuore sia professionalmente (è co-conduttore della trasmissione radiofonica Non mi capisci, dove si parla di adolescenza), sia da un punto di vista privato, in quanto genitore di tre ragazze; ed è stato per pura coincidenza che, proprio mentre iniziava a scrivere questo libro, si sia ritrovato a condividere un periodo di degenza in un reparto di neuropsichiatria assieme a una delle sue figlie (da quest’esperienza cosí forte e particolare provengono alcune suggestioni e spunti che ritroviamo nel testo, come le figure dei genitori o la routine quotidiana che degenti e accompagnatori  si trovano a vivere all’interno del reparto).

L’autore, nel prosieguo, ha poi fatto un interessante riferimento al termine maschera, che in latino si traduce con persona: le maschere, nella fattispecie quelle usate nell’antichità durante le rappresentazioni teatrali, servivano infatti agli attori per amplificare la propria voce, ed è in un modo simile che lavora uno scrittore, il quale usa la finzione narrativa per arrivare in profondità e far giungere piú lontana possibile la propria voce (rimarcando come gran parte del proprio libro sia frutto di invenzione, ha comunque tenuto a ricordare come «il 99% della letteratura mondiale è una bugia attraverso la quale ci è permesso dire la verità»).

Bussola ha poi rievocato un toccante episodio vissuto in prima persona durante la stesura del suo romanzo. Un padre, incontrato nella sede di un’associazione che si occupa di disturbi alimentari, gli aveva manifestato il proprio ottimismo poiché, dopo otto anni di lotta contro l’anoressia, aveva visto un deciso miglioramento delle condizioni fisiche e mentali della propria figlia, tanto da aver ripreso l’abitudine di andare insieme a camminare in montagna. Era cosí contento di tutto questo che, guardandola, le aveva detto: Vedi Sofia, hai finalmente imparato a essere felice!, ricevendo come risposta: No, io ho imparato a essere infelice.

Come dire che noi siamo programmati per crescere anche attraverso il fallimento, ha evidenziato il nostro ospite, facendo anche un simpatico riferimento al personaggio del maestro Yoda di Star Wars – da lui scherzosamente definito «il piú grande filosofo di tutti i tempi» – quando, nell’ottavo episodio della saga, mentre una capanna millenaria contenente grandi insegnamenti va a fuoco e Luke Skywalker scoppia in lacrime, gli si avvicina e dice: Non ti disperare […] il miglior maestro, il fallimento è.

Lo scrittore ha poi continuato rimarcando che una cosa che i genitori non riescono a sopportare è scoprire di non essere responsabili del dolore dei figli; a volte alcuni di loro sbagliano e cedono alla tentazione di validare la propria educazione attraverso i voti dei figli, creando una relazione che non dovrebbe esistere tra merito e amore. È infatti (troppo) facile amare un figlio perfetto; bisogna amarlo anche quando cade e poi ti guarda in faccia e dice: Io non sono te.

Invece gli piacciono molto i genitori raccontati ne La neve in fondo al mare perché mettono in crisi l’assunto archetipico che i figli vengano al mondo per piacerci; infatti, in un certo senso, meno ti piace un figlio, piú dovrebbe essere una buona notizia, perché vuol dire che sta sviluppando (o ha già sviluppato) una propria autonomia. Un figlio deve salpare ed essere genitore vuol dire, anche, amare una distanza che si è venuta a creare.

Tuttavia anche i genitori, a volte, si vergognano all’idea di fallire e, temendo il giudizio altrui, cercano di porre rimedio provando a tenere tutto sotto controllo con qualunque strumento tecnologico abbiano a disposizione (registri elettronici, GPS), rischiando però di togliere al figlio il diritto essenziale di sbagliare, di dire le cose con i propri tempi e di imparare a crescere.

L’incontro si è concluso con due domande riguardanti il titolo del libro e quale sia il messaggio contenuto nel medesimo.

Alla prima domanda Matteo Bussola ha risposto che il titolo è nato da un passaggio del romanzo, dove assistiamo a un confronto fra due padri: Tano, buono e sensibile, e Franco, uomo della “vecchia scuola”, convinto d’aver sbagliato tutto nel rapporto con la propria figlia. Attraverso la rabbia di Franco vediamo chiaramente affiorare tutto il dolore di sua figlia, che viene paragonato alla neve in fondo al mare: cosí come sarebbe impossibile trovare la neve in fondo al mare, allo stesso modo un dolore tanto grande non dovrebbe trovar posto in una ragazza giovane come Marika.

Infine lo scrittore ha confessato che gli piacerebbe che il suo libro servisse ai ragazzi per vedere i genitori come (fallibili) esseri umani e, nel contempo, potesse aiutare gli adulti a capire meglio una generazione da lui definita «la piú giudicata nella storia dell’umanità», anche quando si impegna e combatte le proprie giuste battaglie.

La scuola ringrazia Matteo Bussola e la casa editrice Einaudi per questa incredibile opportunità ed è pronta a nuove, future attività con Lo struzzo a scuola.

Lisa, Diana e Chiara