Una riflessione radicale, icastica e originalissima, concepita da una delle menti piú luminose e illuminanti che la cultura italiana abbia conosciuto.
L’odio è uno dei pochi tabú che non si riescono a infrangere, piú del sesso o della morte. Eppure tutti lo proviamo: «Io da due a sei volte alla settimana, e cosí spero di voi», scherza Michela Murgia in questo libro irriverente, nato da una serie di lezioni pubbliche tenute qualche anno fa. La sua tesi è che l’odio possa essere una virtú, dipende da come lo pratichiamo. Per esempio, con Odio gli indifferenti Antonio Gramsci ha mostrato che, se riconosciuto e disciplinato, questo sentimento non è per forza distruttivo. Passando dalle maledizioni sarde ai salmi biblici, da Grazia Deledda alle lettere di san Paolo, Murgia smonta i nostri pregiudizi e rivendica il diritto di odiare – specialmente i prevaricatori, i prepotenti, tutti coloro che non credono nella responsabilità collettiva del bene. E compie cosí il miracolo di parlare ancora del nostro tempo, che dall’odio distruttivo è inquinato; sembra rivolgersi proprio a noi che continuiamo ad abitarlo, con la consueta ironia e la lucidità profetica di una voce che nulla potrà mai spegnere.
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Chi sa di provare l’odio vive continuamente in un contesto che gli vieta, per via della presenza del tabú, di dirlo, di manifestarlo, di dichiararlo, di praticarlo. Deve vivere come un fuorilegge. Io vivo malissimo, ve lo dico: le mie giornate sono terribili, perché due terzi del mio tempo lo devo passare (o lo dovrei passare) a inventare scuse per camuffare quello che in realtà provo – che è l’odio, appunto. Gli analfabeti relazionali che mi circondano credono di vedere odio in certe cose normali che faccio o dico, come per esempio quando addito l’ipocrisia dei vincoli censori e delle disorganizzazioni in cui il loro, di odio, si trasforma in autogiustificazione o violenza. Allo stesso tempo neanche immaginano il vero, autentico odio che coltivo, e che devo nascondergli perché altrimenti risulterei sgradevole, stridente e isterica – cioè donna.
Nel 2012 Michela Murgia viene chiamata a tenere un corso all’Università di Aristan. Il tema del corso è l’odio. In questo video, Murgia sta insegnando a chiamare l’odio per nome: la clip è tratta dalle Lezione uno che ha come titolo L’odio: nobile sentimento oggetto d’ingiusto pregiudizio.
A curare il volume è Alessandro Giammei, che nel Preambolo scrive: Come Antonio Gramsci odiava gli indifferenti, come san Paolo invitava i Romani ad accumulare carboni ardenti sul capo dei loro nemici, cosí Michela Murgia odiava (e odia ancora) chi crede di vivere nel migliore dei mondi possibili. Odiava senza pudore i fascisti, i padroni, i prevaricatori. Odiava chi ritiene che la discriminazione e la persecuzione siano legittime opinioni, o che il bello e il buono siano cose da custodire gelosamente invece che responsabilità da condividere.
