Emilio Ambrisi, Caserta
Gianrico Carofiglio è un personaggio noto, autore di libri di successo e ospite di trasmissioni televisive molto seguite. Il suo ultimo libro, Elogio dell’ignoranza e dell’errore, l’ho letto incuriosito dal titolo ma anche per saperne di piú sull’autore ed evitare l’errore di avventurarmi in giudizi fondati sull’ignoranza. Ora non posso che parlarne bene: l’ho letto con piacere e su talune pagine sono ritornato piú volte. Lo trovo un libro istruttivo, capace di stimolare riflessioni sulla vita, sui comportamenti individuali e collettivi, sull’educazione e sulla scuola.
Il filo narrativo parte dall’ambito giudiziario, settore professionale di provenienza dell’autore, e racconta di una serie di errori giudiziari pazzeschi: persone condannate all’ergastolo, poi risultate innocenti grazie a indagini piú raffinate o a fortunate coincidenze. Da qui, il discorso prosegue in una rassegna di errori di divinazione commessi da “esperti” illustri. Carofiglio ne propone un elenco che sorprende e diverte: paradossi di grandi menti che, forse per eccessiva fiducia nelle proprie capacità o per quella vanità di cui parlò Montaigne nei suoi Essais, hanno espresso previsioni clamorosamente sbagliate.
Insomma, di errori ce ne sono infiniti. Tutti li commettiamo: «Ognuno di noi passa la gran parte della sua vita a commettere errori e ad avere torto». La ragione di ciò è spesso ricondotta all’ignoranza. Una parola che proprio per questo «ha una pessima reputazione». Con tutti i suoi sinonimi esprime solo negatività: asineria, incultura, insipienza, incapacità, incompetenza, ma anche maleducazione, rozzezza, villania, eccetera. Una negatività che risalta ancora di piú a confronto della positività che accompagna il significato attribuito ai suoi opposti: sapere, cultura, preparazione, competenza, e inoltre educazione, gentilezza, cortesia, raffinatezza, eccetera. Cioè, le qualità per la cui affermazione esiste, e dovrebbe esistere, la Scuola.
L’ignoranza però ha due facce: c’è l’ignoranza buona e quella cattiva.
Ad argomentare su questa basilare distinzione Carofiglio arriva servendosi di una tecnica che attribuisce a Carl Jacobi, il grande matematico del XIX secolo noto anche per aver risposto all’amico Joseph Fourier che l’unico fine della scienza è l’onore dello spirito umano e che pertanto una questione di numeri vale tanto quanto una questione sul sistema del mondo. Carofiglio, affrontando il tema dell’ignoranza, adotta la tecnica di Jacobi: ribalta i termini del discorso, capovolge la prospettiva, parte dal significato dell’opposto di ignoranza, ossia della competenza, una delle parole piú utilizzate dal mondo della scuola di questi primi decenni del III millennio. Mostra che «la vera competenza include la percezione dei suoi limiti». Un significato che attraversa l’intera storia del pensiero, da Socrate, «so di non sapere», a Confucio, e, si potrebbe aggiungere, a Leopardi, che consigliava: «Il miglior modo per non mostrare i limiti del proprio sapere è di non oltrepassarli».
L’autore utilizza poi una metafora efficace: immagina la conoscenza come un’isola circondata da scogli affioranti, immersa nell’oceano dell’ignoranza. Da qui deriva la sua tesi centrale: l’ignoranza buona è consapevole e stimola il progresso, come sottolineava James Clerk Maxwell, il fisico che giustamente egli pone, per grandezza, tra Newton e Einstein: «L’ignoranza completamente consapevole è il preludio a ogni reale progresso nella scienza». Per gli scienziati il non sapere (ancora) è una condizione eccitante. È un’opportunità di scoperta. L’errore non fa paura. L’importante è andare avanti, convinti di poter raggiungere una meta, un po’ come Cristoforo Colombo che, volendo raggiungere le Indie, trovò invece l’America: scoperta che con termine giuridico si direbbe preterintenzionale. Agli errori preterintenzionali è dedicato uno specifico capitoletto del libro.
All’elogio dell’ignoranza e dell’errore si accompagna comunque l’elogio delle strategie necessarie a superare gli ostacoli della piú varia natura di cui la strada che porta alla conoscenza è piena. Una di queste strategie è l’arte dell’improvvisazione. Una parola (e un concetto) che, come accade alla parola (e al concetto) ignoranza, «gode di cattiva fama». Essere pronti a improvvisare è importante. Al riguardo, Carofiglio cita il pugile Mark Tyson: «Tutti hanno un piano, fino a quando non prendono un pugno in bocca», ovvero un incontro lo si può anche preparare in dettaglio, ma bisogna poi saper correre ai ripari quando capita l’imprevisto.
Al di là del libro di Carofiglio, è qualcosa che anche gli insegnanti conoscono molto bene: spesso una bella lezione non ha nulla a che fare con quanto il docente ha preventivato, ma ha molto a che fare con le pieghe che la lezione prende, una volta immersa nella realtà della classe, a seconda dell’abilità e della sensibilità del docente nel volgerle a vantaggio della comprensione.
All’arte dell’improvvisazione fa seguito ciò che insegnano molto bene le arti marziali: imparare a cadere!
«Gli errori, i fallimenti, le cadute ci riconnettono con la nostra essenza, ci fanno piú consapevoli dei nostri limiti ma anche della nostre potenzialità». Qui Carofiglio ricorre all’attore Bruce Lee, entrato nella leggenda degli esperti di arti marziali, il quale, poeticamente si direbbe, magnificava l’attitudine dell’acqua: «Come l’acqua che scorre attraverso varchi e fessure, fermandosi, deviando e rifluendo per trovare la strada migliore (spesso del tutto inattesa), cosí anche i ricercatori devono essere disposti a esplorare molteplici approcci e a fallire ripetutamente lungo il percorso».
Insomma, provare e riprovare, a volte fidando nell’intuizione, altre nel salto dialettico che Carofiglio con efficace metafora sportiva chiama “salto in alto”, altre ancora nella fortuna. In tutto ci vuole fortuna. Lo dice in modo emozionante Rita Levi Montalcini in un brano proposto come tema di italiano degli esami di maturità dello scorso anno: Senza seguire un piano prestabilito, ma guidata dalle mie inclinazioni e dal caso ho realizzato l’imperfezione nella vita e nel lavoro. Il fatto che sia stata per me fonte inesauribile di gioia mi fa ritenere che l’imperfezione sia piú consona alla natura umana che non la perfezione.
Questa citazione richiama alla mente la raccomandazione che il grande Felix Klein era solito rivolgere ai suoi studenti: È necessario che vi proponiate un problema; scegliete un determinato obiettivo e camminate dritto verso di esso; potrà darsi che non raggiungiate mai la meta, ma troverete certo qualcosa d’interessante strada facendo.
Torna qui utile richiamare allora due massime che Carofiglio ha già espresso nelle pagine precedenti e cioè che «il procedere per tentativi ed errori è la modalità strutturale della democrazia» e che questa «non tollera le decisioni irreversibili e l’inclinazione ad assumerle».
Il filo narrativo di questi elogi necessari che potrebbe terminare qui, in questi richiami ai valori etici del vivere, Carofiglio lo prolunga fino alla Postfazione, che ne è la parte autobiografica. In queste ultime pagine racconta di sé e in particolare di un errore di valutazione subito, risoltosi in una delle tante ingiustizie che ogni lettore sente di poter condividere con lui e che però a lui cambiò la vita, portandolo a divenire scrittore. Una fortuna?
Emilio Ambrisi, Laureato in matematica, docente, preside e ispettore ministeriale (dal 1991). Dal 2004 al 2015 responsabile, per il settore della matematica e della fisica, della Struttura Tecnica del Ministero dell’Istruzione. Dal 1980 Segretario Nazionale della Mathesis e, successivamente, Vice-Presidente. Dal 2009 al 2019 Presidente Nazionale e direttore del Periodico di Matematiche. https://www.matmedia.it/il-pensiero-probabilistico-di-carofiglio/