Marina PierriGotico salentino

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«Non devo piú avere timore di me stessa, né di questo luogo che sono io. È la mia famiglia ed è la mia storia. Ho letto abbastanza racconti del terrore per sapere come funziona».

Filomena Quarta – ex giornalista quarantenne, da poco orfana di padre – si ritrova all’improvviso in bolletta e con un’ingombrante eredità: la Dimora Quarta, un’enorme casa che appartiene da generazioni alla sua famiglia. Cosí, si vede costretta a lasciare Milano e la sua vita di prima per raggiungere Palude del Salento. L’idea è quella di rendere la casa un sontuoso Bed&Breakfast. Questo, se solo la dimora non fosse parte del problema: è, da sempre, infestata. Del resto Filomena, quando era bambina, proprio tra quelle mura ha visto un fantasma. La malumbra, lo spettro rabbioso di una monaca oscura, è il motivo per cui Filomena a sei anni venne soprannominata dagli abitanti di Palude la stria ca ite li muerti, la bambina che vede i morti. E mentre i coetanei la emarginavano e gli adulti avanzavano improbabili richieste (colloqui con mariti defunti, tentativi di contatto con la cognata trapassata che sicuramente sa dov’è il plico del catasto, e persino la pretesa di avere i numeri buoni del Totocalcio), la famiglia Quarta ne approfittava per nascondere piú a fondo le sue colpe. Ma oggi Filomena non è piú una bimba sperduta, e non è piú sola. Con lei ci sono le fantasime che suo malgrado è riuscita a evocare: Mary Shelley e Shirley Jackson, le regine del terrore, che si riveleranno indomite e fidate consigliere.

In bilico tra la tradizione letteraria ottocentesca e l’andamento scatenato delle serie tv, Marina Pierri racconta di femminismo, legami famigliari, psicoterapia e patriarcato, sempre con intelligente leggerezza. Perché a volte basta poco per riappropriarsi di una libertà, di tutte le libertà, partendo dalla memoria e facendone un atto collettivo. Del resto, «c’è una cosa sola che desiderano le Ombre: essere viste».

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«Pierri intreccia le atmosfere noir con l’intimità delle strutture sentimentali. Come un carillon, messo da parte e poi ritrovato, Gotico salentino celebra i nostri fantasmi. Non potremmo scrivere, e forse vivere, senza» (Alessandra Minervini, «la Repubblica»).

«Giocando con il perturbante, Pierri conduce il lettore su un ottovolante, ora lo precipita nell’angoscia ora gli strappa una risata grazie all’ironia, pronta a smorzare i toni quando la tensione sale. E con un ritmo frizzante, uno stile che ricorre a tratti alla forza dirompente del dialetto e si caratterizza per la vivacità dei dialoghi, mescola generi e modelli in un ardito gioco combinatorio, fra romanzo gotico, giallo e d’appendice, saga familiare, storia di formazione di adulti irrisolti» (Marzia Fontana, «la Lettura – Corriere della Sera»).

«Un romanzo sospeso fra tradizione letteraria e ritmo contemporaneo. L’esordio di Marina Pierri ha una lingua molto curata che, cedendo a tratti il passo al dialetto, ammanta le belle descrizioni della macchia mediterranea e dell’architettura del suo gotico salentino» (Nadeesha Uyangoda, «Internazionale»).

Su «Vanity Fair» l’intervista di Laura Pezzino all’autrice.