Donatella Di PietrantonioL’Arminuta | Lo Struzzo a Scuola

Donatella Di PietrantonioL’Arminuta

Liceo scientifico Canudo, Gioia del Colle (BA)
Classe: II B
Docente: Irene Martino

L’Arminuta: la ritornata. Cosa andrà mai a celare la salacità di questo nome? Si tratta, semplicemente, dell’appellativo che la voce del popolo, «il vento» – come l’ha definita Sciascia – assegnerà alla protagonista del romanzo di Donatella di Pietrantonio. Ci si potrebbe chiedere: al posto di cosa? A questo, non si può rispondere, perché al lettore non è dato conoscere il suo nome di battesimo. Cosí come a lei non è concesso riconoscere con facilità la sua casa, la sua origine. La sua sfida è la miseria che impera sui genitori naturali. Succede, infatti, che verrà restituita ai suoi veri genitori, dopo essere stata figlia adottiva di alcuni zii per tredici anni. Abbandonata, scaraventata nel nuovo tugurio, la sua vita cambia. È costretta a trasformazioni radicali. I primi giorni li vive da estranea: si sente un alieno sbarcato in quella terra per la prima volta, l’unica lingua che sente è il dialetto, secco e incisivo, che lascia spazio a silenzi intramontabili. Sarà durante il buio che la sua Odissea avrà inizio: ella coltiva il desiderio del ritorno, proprio come Ulisse, ma non sa quale sia l’approdo della sua speranza. Ecco che il viaggio diventa tormento. I suoi incubi sono dominati dalla parola mamma che si trova costantemente alla bocca di un bivio, di fronte al quale l’Arminuta non sa scegliere quale parte tentare di gettare nell’oblio e quale conservare per mezzo della memoria. Lei rimarrà sul posto, dal momento che «ignora quale luogo sia una madre». Nonostante rimanga ferma davanti a quel bivio, però, trova un rifugio: Adriana, con la quale condivide il letto e la notte. Le due sorelle diventeranno sempre piú simili, si completeranno con dosi di istinto e di rispetto. Dalla sorella apprende infatti il modo di comunicare, la retorica che è necessario utilizzare nella loro famiglia. Vincenzo, invece, è una terza uscita, una via di fuga. È lui che la accompagna nell’annullamento dei legami di parentela. Infatti il sentimento che condividono è l’amore giovanile, che procede lento e a cui la morte di questi porrà fine.

Sarà con la sua voce che lei, la protagonista, canterà le sue gesta, le sue paure, le sue ambizioni scisse. Questo libro è un’impronta dell’epoca in cui viviamo: la narrazione, che ha sempre lo sguardo volto alla poesia, anche grazie alle figure retoriche utilizzate, è franta. Franta dalla realtà aspra, che brucia direttamente sulla pelle, che viene resa con i discorsi diretti in cui emerge l’uso del dialetto. Una realtà che diviene impronta lacerata di sentimenti crudi e che chiamano a gran voce di essere chiamati col vero nome, e riportati alla luce dalle loro profondità archetipiche.

Claudia

 

Vincitore della 55esima edizione del Premio Campiello, L’Arminuta è l’ultimo romanzo della scrittrice abruzzese Donatella Di Pietrantonio che ha conquistato numerosissimi lettori in Italia grazie al suo stile asciutto e diretto, che narra con chiarezza gli estratti di vita della protagonista, tredicenne come tante con una particolare inclinazione allo studio. Il romanzo, narrato in prima persona, immerge il lettore nel bel mezzo dei fatti, quando la ragazzina si reca dalla sua vera famiglia per la prima volta. Attraverso flashback e puntuali riferimenti al futuro della narratrice, saranno poi ripresi gli avvenimenti precedenti: i genitori biologici, quando aveva solo sei mesi, l’avevano affidata a una coppia di parenti lontani per problemi economici, e, come questi ultimi le raccontano, adesso desiderano che ritorni da loro. Però la ragazza, che in paese tutti sbeffeggiano con il soprannome di Arminuta, «ritornata», viene accolta con indifferenza, e capisce che nessuno la desidera. La sua mente viene inondata da un mare di dubbi e interrogativi, che le procureranno un senso di abbandono e solitudine cui sopravvivrà solo grazie all’affetto della sorella, unica ancora di salvezza. Catapultata improvvisamente in un mondo che non ha niente a che fare con lei, l’Arminuta si ritrova a svolgere faccende domestiche che non ha mai fatto prima, a vedere e sopportare rimproveri e atteggiamenti violenti, che la portano a una crisi d’identità: «restavo orfana di due madri viventi. Una mi aveva ceduta con il suo latte ancora sulla lingua, l’altra mi aveva restituita a tredici anni». È così, tra rabbia e incertezza, che l’Arminuta inizia il suo cammino verso la scoperta della verità, il suo unico obiettivo. Senza piú la paura del dolore, che è ormai diventato suo amico, la raggiungerà, per poi scoprire tragicamente quanto faccia male doverla accettare in silenzio.

Claudia D.

 

Sono pochi i romanzi che, come L’arminuta, ti catturano immediatamente e non ti lasciano fino alla fine. Sin dalla prima riga, una ragazzina tredicenne ti prende per mano e, con i suoi occhi acuti e spaventati, ti mostra il mondo come appare a lei. Il mondo confuso e ribaltato di chi ha visto, all’improvviso, andare in frantumi ogni certezza e ogni punto di riferimento. La scrittrice Donatella Di Pietrantonio ci catapulta con il suo stile essenziale e immediato nella dimensione di un Abruzzo degli anni 70, dove la differenza sociale e culturale era ancora profonda. Passiamo dall’agiatezza della vita in città, dove risiede l’alta borghesia, alla povertà di quella del paese, in cui tutto scarseggia e nulla è dato per scontato. Senza alcun riferimento e senza una figura materna su cui contare, la protagonista si trova da sola, in un ambiente per lei nuovo dove lascerà i suoi giocattoli da bambina per diventare una donna adulta. L’unica sua ancora di salvezza è la sorella minore Adriana, una ragazzina magra, con i capelli unti e arruffati e il dialetto del posto sulla bocca. «Un fiore improbabile cresciuto su un piccolo grumo di terra accanto alla roccia». Cosí ci disegna la sola persona che, nonostante la tenera età, sia riuscita a insegnarle la resistenza e il coraggio. Ed è proprio con un’ultima immagine di lei e della sorella, finalmente felici e spensierate nell’acqua marina, che la Di Pietrantonio conclude il suo romanzo, destinato a diventare un classico della letteratura italiana.

Con la sua penna tagliente, l’autrice intrappola in un solo rigo tristi ed estremamente reali immagini in bianco e nero, senza aver paura di ferire nessuno. Le sue verità stupiscono come un colpo inaspettato di cui senti prima il suono e poi il dolore. Ogni espressione utilizzata è asciutta e allo stesso tempo emozionante, ma mai compassionevole nei confronti della protagonista. Al termine del romanzo, l’autrice riesce a dare una risposta alle domande che fin dall’inizio perseguitano l’Arminuta, aprendole gli occhi alla triste e ingiusta verità di una fragile ragazzina che si vede crollare il mondo addosso.

Lea

 

Righe che risucchiano, ti ammaliano, non puoi non continuare a leggere. Sembra di essere un marinaio soggiogato dal canto delle sirene. Hai l’acqua alla gola a ogni parola, aspetti solo la tanta agognata fine, eppure non puoi fare a meno che crogiolarti in quella meravigliosa dimensione di magia creata da Donatella di Pietrantonio nella sua ultima opera L’Arminuta. Una realtà cosí cruda da sembrare quasi una fiaba, dilaniante e struggente per quanto vivida: i dolori e le frustrazioni, le attese e le speranze di una ragazza raccontate senza indulgenza, con una penna aspra, dura, che ricorda l’Abruzzo in cui è ambientata la vicenda.

Una ragazzina viene restituita dopo ben tredici anni alla sua vera madre, ritrovandosi catapultata in un mondo completamente diverso, dove sono la miseria e la fame a dominare, dove si parla solo un dialetto che lei neanche comprende, e con persone che non sente le appartengano. Cosí intraprende la ricerca di una verità che non riesce a comprendere. Perché è lí? Perché è stata restituita alla sua famiglia d’origine? Non perde la speranza, è resiliente, il silenzio non fa per lei. La sua arma è lo studio, visto come una chiave per andare via, essere liberi e spiccare il volo, scappare da quel retrogrado paesino di montagna. L’unica fonte di forza è sua sorella minore Adriana, forse uno dei personaggi piú belli ritratti dalla scrittrice. Ricorda i bambini eroi dei piú celebri romanzi – Oliver Twist fra tanti -, ed è lei la vera adulta della casa. Precoce e infantile, dura e fragile, comunicativa e con un’innata capacità di cogliere al volo situazioni ed emozioni. Sembra tenere sulle spalle una famiglia intera, ma la notte esprime tutto il disagio per quel contesto familiare cosí disastrato.

Donatella Di Pietrantonio sulla carta e nel nostro animo disegna l’immagine di una maternità diversa, in cui freddezza, silenzi e distacco sono le componenti principali. La prima madre, quella biologica, ritratta come una donna rude, quasi indifferente verso i figli e terribilmente attaccata al denaro, ricorda le figure materne di fiabe come Hansel e Gretel o di opere come Medea, indisposte verso qualunque forma di affetto e terribilmente disfunzionali. La seconda, Adalgisa, colei che l’ha allevata sin dalla sua nascita, potrebbe essere definita la fata madrina della protagonista, disposta ad aiutarla con ogni bene materiale; eppure è assente, inevitabilmente lontana. Entrambe celano segreti, sono i deus ex machina della vita dell’Arminuta, non le vogliono rivelare il perché sia stata restituta o adottata, la trattano come sei lei non facesse parte del loro mondo e fosse solamente un pacco da scambiare. «Orfana di due madri viventi»: non sa piú chi è, perde l’identità, non ha certezze né radici, viene mutilata di sé stessa, di una vita che credeva la sua. Non ha un nome difatti, l’autrice non ce lo rivela, per il mondo è solo l’Arminuta. «Ero figlia di separazioni, parentele false o taciute, distanze. Non sapevo piú da chi provenivo. In fondo non lo so neanche adesso». Chi è lei? La ragazzina di città o quella di campagna? È un quesito senza risposta che si riflette in ogni meandro della storia, specialmente nel rapporto con suo fratello Vincenzo. Un fratello che non è un fratello. I due non riescono a riconoscere la parentela, sono in piena età adolescenziale, gli ormoni impazziscono, e si innamorano l’uno dell’altra. Come dare loro torto? Sono estranei, come potrebbero mai definirsi fratelli? Troppo diversi. Non d’aspetto, ma di vita, nel modo in cui sono stati cresciuti. Condividono il sangue e un bel niente.

Come in ogni fiaba che si rispetti, abbiamo un’antagonista, e non sono le due madri, ma la società stessa. L’ambito culturale contro cui ogni giorno si battono l’Arminuta, Adriana, perfino la madre biologica. Un mondo che si appoggia su egoismi, tralasciando i sentimenti, molto spesso con effetti nefasti. Famiglie dove non si parla, si tace, bambini lasciati a sé stessi. «Mia sorella. Come un fiore improbabile, cresciuto su un piccolo grumo di terra attaccato alla roccia. Da lei ho appreso la resistenza. Ora ci somigliamo meno nei tratti, ma è lo stesso il senso che troviamo in questo essere gettate nel mondo. Nella complicità ci siamo salvate». Il dado è tratto, la provocazione è scoccata in un romanzo che scotta, denuncia e porta alla luce l’importanza della verità, della parola.

Daria

 

L’Arminuta di Donatella di Pietrantonio, opera vincitrice della 55esima edizione del Premio Campiello, è ambientato nel 1975. È un romanzo intenso, ricco di sentimenti, delicato e al contempo prorompente. Racconta gli strappi della vita e i diversi tentativi compiuti per ricucirli e insegna come basti poco perché accadano cambiamenti improvvisi e come sia importante imparare a lottare per i propri obiettivi. Un libro commovente, a tratti incisivo e denso di temi fondamentali che ruotano attorno alla protagonista, l’Arminuta, che in dialetto abruzzese è la «ritornata». I dolori, le attese e le speranze di una ragazza segnata dal tradimento di due madri, vengono raccontate senza preoccupazione. Una storia originale, dolce e amara, che si rispecchia e si riconosce nella terra che fa da sfondo, l’Abruzzo. Un romanzo capace di farsi amare e far sentire la mancanza, un libro che coinvolge talmente tanto da permettere di immaginare, di vivere le scene descritte come se si appartenesse alla vita della ragazza. Mi ha stupito il fatto che una ragazzina di soli tredici anni possa aver vissuto cosí tanto nella sua vita e che le persone che dovevano proteggerla le abbiano arrecato in realtà confusione e grande tristezza. Sin dal primo capitolo emerge il carattere forte e determinato dell’Arminuta che smette di giocare, danzare, nuotare e fare tutto ciò che di bello possa fare una ragazzina di quell’età, per affrontare una nuova vita dove gli agi, i divertimenti e i soldi sono rari a vedersi. Uno dei pochi romanzi in grado di sapermi prendere dalla prima pagina.

Dalila