Giulio GuidorizziIo, Agamennone | Lo Struzzo a Scuola

Giulio GuidorizziIo, Agamennone

Istituto B. Pascal (Reggio Emilia)
Classe: II M
Docente: Maria Antonietta Centoducati

Premessa

Sono una docente di Lettere che ha la fortuna di essere anche attrice, regista e formatrice teatrale;  credo fermamente nel lavoro sulla creatività dei ragazzi e sulle loro infinite risorse (più o meno nascoste) che sono da stimolare, incentivare, incoraggiare. La lettura del saggio Io, Agamennone si è svolta interamente in classe, con lettura del testo ad alta voce per esercitarsi sulla lettura espressiva e per trascinare i ragazzi in quel mondo magico e intenso del mondo antico con i suoi eroi intramontabili. Sono seguite riflessioni e commenti sui personaggi del saggioI monologhi sono il frutto della verifica al termine del bellissimo percorso di lettura. La consegna è stata la seguente: sorteggiare un bigliettino su cui era scritto un nome di un personaggio del romanzo – Agamennone, Achille,  Ettore, Ulisse, Clitemnestra, Egisto ecc… Ogni ragazzo diventava così «custode» di un personaggio a cui dare voce attraverso un monologo teatrale. Nella consegna era precisata una cosa: lasciar parlare il personaggio e… l’emozione.

Nell’incontro con lo scrittore Giulio Guidorizzi (molto apprezzato) ho deciso con loro di far recitare tre monologhi significativi, per far rivivere quegli eroi che avevano così appassionato le loro giovani menti,  ed ecco le voci di Menelao, Achille e Agamennone.

Jacopo – Menelao

Ancora non ci credo, o forse non voglio crederci, il grande Menelao, re di Sparta, che viene  oltraggiato da un giovanotto, un ragazzo che non sa neanche cosa significhi la parola «onore».  Me lo ha tolto, l’onore, così come mi ha tolto il rispetto di genti a me inferiori. Un atto di tale  importanza non merita che vendetta, una vendetta che possa portare sofferenza al principe e alle persone a lui care, così che possa provare lo stesso che io ho provato quando ha portato con sé la  mia carissima moglie.  Verrà combattuta una grande guerra sotto quelle mura, una guerra difficile, che però sarà vinta  dai greci. Per me e mio fratello, anche se con interessi differenti, combattere Troia è un obiettivo fisso. Lui cerca conquista, io cerco vendetta, e una vola ottenuto ciò, torneremo in patria come eroi, simboli della civiltà greca, torneremo da vincitori.  Paride ha commesso un grande errore a schierarsi contro di noi, il popolo troiano verrà distrutto,  così come il loro re, Priamo, quel vecchio che crede ancora che le mura della sua città non possano essere penetrate, vuole solo continuare ad avere una speranza, speranza in qualcosa che non  esiste. Il nostro esercito è formato dai migliori guerrieri, e guidato dalle migliori menti, capaci di  creare strategie e inganni che ci permetteranno di sconfiggere il nemico con il più piccolo degli sforzi.  Il giovane principe, però, non dovrà essere toccato da nessuno, se non da me in persona, e quando  succederà, saprò fargli provare ciò che ho provato io stesso quando mi ha portato via Elena. Dopo  averlo ucciso, e una volta riconquistato il mio onore, mio fratello Agamennone potrà avere la città,  poi torneremo in patria pieni di orgoglio e ricchezze. È questo ciò che penso possa succedere, è quello a cui penso tutto il giorno, è quello che sogno  tutta la notte, ed è quello che voglio.

Samuel – Achille

La pianura era vuota, i soldati si fermarono e si ritirarono, eravamo rimasti solo io ed Ettore. – Cane! Farò scempio del tuo corpo e maledirai il giorno in cui nascesti! – Ettore mi risponde, ma la rabbia è troppa. Ripenso al corpo di Patroclo, nudo e massacrato dopo la battaglia, e subito un’ira funesta, come un demone che risiede nel fondo del mio animo mi toglie la vista, tutto diventa rosso, Troia scompare, gli eserciti svaniscono. Rimane solo lui, Ettore il maledetto. Prendo la spada e la lancia e ho fatto ciò che meglio so fare: uccidere. Imbracciata la lancia e senza dargli tempo per reagire l’ho scagliata ma è andata male. Ettore scaglia la sua, inutile dire che mi ha mancato. Estrae la spada dall’elsa e attacca! Si muove bene Ettore, è un gran guerriero. In una serie di parate, tagli e affondi di spada il vile perde l’elmo e con esso la sua sicurezza di vincere… ormai è spacciato! Il vigliacco per salvarsi la pelle ha iniziato a scappare attorno alle mura della sua stessa città, Troia… ma non la passerà liscia. I suoi occhi, all’inizio iniettati di sangue e di fuoco, si spengono e diventano opachi e impauriti, poi piangenti pensando al suo addio alla vita terrena. Il vigliacco mi teme e fugge attorno alle mura. Ad un certo punto Ettore riprende coraggio, non riesco ancora a capacitarmi in che modo, ma il forsennato ha iniziato a corrermi contro e dopo un breve scarto si ferma, si guarda, si accorge di sputar sangue e vede una lancia conficcata dentro alla sua armatura. Un dolore lancinante lo coglie, si inginocchia e cade a terra esangue. Mi sono avvicinato per recuperare la lancia e ho visto i suoi occhi: freddi, spenti, senza vita ma con ancora addosso i peccati di guerra e l’assassinio del mio amato Patroclo. La rabbia mi ha attanagliato e, preso il suo corpo, l’ho legato e l’ho trascinato e deturpato davanti agli occhi increduli del padre, per poi portarlo al campo come trofeo di guerra.

Andrea – Agamennone

Io, Agamennone, padrone della Grecia e degli eserciti, nemico dei traditori. Sì, dei traditori e rapitori e non mi scorderò mai di quei giorni. La guerra di Troia mi ha fatto sentire vivo e pieno di energia, avevo una potenza mai provata prima. Quando ho appreso che la moglie di mio fratello Menelao era scappata insieme al principino di Troia ho capito che quello era il momento, qui si poteva fare la storia: era il momento di attaccare Troia. Non ci pensai due volte, non potevo farmi sfuggire un’occasione del genere. Preparai il mio esercito e chiamai anche Ulisse, stratega: mi sarebbe servita una mente come la sua. Mi sarebbe servito anche un uomo con una folle passione per i combattimenti ma anche con una forza inaudita. Eh sì, proprio quel testardo di Achille, uomo tenace ma che combatteva solo per se stesso. Era meglio non averlo come avversario. Quindi, con fatica, riuscii a farlo stare dalla parte dei greci anche perché aveva il desiderio di sconfiggere Ettore, il guerriero più forte di tutta Troia. Era più testardo di me quel ragazzo che non aveva paura della morte. La morte per me è come un premio ed è un riposo dopo tante fatiche e atti compiuti. Se devo morire oggi stesso non avrò paura dell’Ade perché per me sarà come un’alta prova da superare. L’importante è morire in battaglia e con onore perché l’onore fa parte della reputazione di ognuno di noi. E se il mio onore sarà giudicato, sappiate che nell’Ade mi farò spazio tra i disonorevoli per far capire che un re è per sempre un re, anche nell’aldilà. Io sono l’onore e non conosco la paura, amo la mia donna e la mia terra e sono fiero di essere ciò che sono e ciò che sono diventato. I posteri mi ricorderanno.

Ed ecco gli altri eleborati del resto della classe:

Federico – Priamo

Dopo aver visto tanti dei miei figli morire, mai mi sarei aspettato di perderne ancora. Ettore era colui che mi rappresentava di più, era come me e agiva come me, si comportava come me e teneva a questa città come le cose a lui più care. Non c’è dolore più grosso che vedere il proprio figlio morire in battaglia, lottando per ciò in cui crede. Dei miei, io vi ho sempre pregato e ho sempre fatto sacrifici a voi graditi e voi mi ringraziate così? Perché? Perché? Ho dovuto supplicare il valoroso Achille per farmi ridare le spoglie del tuo corpo, figlio mio, per darti una degna sepoltura così che tu possa raggiungere i tuoi cari e da lì, possa proteggere la tua famiglia e le persone a cui vuoi bene. Io, come padre, devo ringraziarti, ringraziarti perché mi hai insegnato molte cose, cose che mi hanno reso un uomo migliore. È giunto il momento che io ti lasci andare, ma prima voglio ricordarti che ti penserò sempre, nei momenti belli e nei momenti brutti, nei momenti gioiosi e nei momenti tristi… Addio.

Alex – Clitemnestra

Io, Clitemnestra, figlia di Tindaro e Leda, ora giaccio qui a Sparta tra le braccia di Agamennone, che mi accudisce e mi protegge. Ogni mattina, appena alzata, osservo fuori dalla finestra e mi accorgo del dolore e della disperazione che in questi ultimi anni ha portato la guerra. Io odio fortemente Agamennone perché ha sacrificato nostra figlia per una missione pericolosa. Successivamente ho deciso di escogitare un piano malvagio con il mio amante Egisto per uccidere Agamennone: stendere un tappeto di porpora in onore del re della Grecia per la vittoria contro Troia. Lui, inconsapevole, ci camminerà sopra e morirà all’istante. E così questa vicenda segnerà la tragica fine di Agamennone, padrone della Grecia. Cassandra diventa l’amante di Agamennone con cui avrà dei figli. Cassandra è stata presa da Agamennone come ricompensa per la vittoria della guerra contro Troia. Così io, in quel momento, ho deciso con Egisto di elaborare un altro piano per uccidere Cassandra. Io, Clitemnestra, sorella di Elena, sono comunque molto soddisfatta della vita che sto vivendo, nonostante tutte le vicende brutte che stanno accadendo in questo ultimo periodo. Questa soddisfazione nasce dal fatto che ogni giorno guardo sempre avanti, senza pensare a cosa è successo precedentemente. Ci tengo a precisare, inoltre, che ammiro molto i miei genitori perché in passato sono stati dei veri e propri eroi, salvando molte persone dalla morte durante la guerra; ho imparato da loro anche io. Infine volevo raccontare la tragica vicenda che ha segnato la fine della mia vita, sarò breve: io nella mia stanza tranquilla a riposare sul letto, quando tutto a un tratto mi sorprende Oreste che mi sferra un colpo secco di spada dritto nel petto.

Alessandro – Egisto

Stento ancora a crederci. Io e te, qui, Clitemnestra, sul territorio della Grecia tenendo alto il nome di tutte le malefatte accadute ai nostri cari per mano di Achei non degni di questo nome. Forse non sai, dolce sposa, che la mia storia ha avuto vicissitudini per niente facili… dove il sangue predominava sulla pace. Atreo, mio zio, mi ha cresciuto per molto tempo dandomi del cibo e un tetto. Potresti dire che non c’è nulla di controverso. Anzi, sembra il minimo per uno zio, custodire il proprio nipote. Quell’uomo era truce e violento, perché appartenente al ceppo familiare di Enomao, un anziano dallo spirito bellico. Suo fratello, Tieste, nonché mio padre, invece, era un uomo più simile a colui che l’ha generato: bello, con occhi verdi e con uno sguardo capace di affascinare tutte le donne dell’impero. Egli non era fatto per la guerra. Entrambi volevano regnare e questo li portò a odiarsi l’uno con l’altro. Erope, moglie di Atreo, si dice che fu sedotta da Tieste e che insieme andarono via da Troia. Mio zio mandò una lettera di fratellanza a mio padre e, ignaro dell’inganno, tornò a palazzo. Fece allestire un grande banchetto in suo onore cosicché tutti vedessero la sua vendetta. Fece a pezzi i miei fratelli e li fece trovare a nostro padre smembrati, dopo il banchetto. Scomparve tutto… tutto! Non ricordo la faccia di mio padre, crebbi con mia madre e i miei cugini. Erano prepotenti, e a ogni prepotenza l’odio germogliava sempre di più nel mio profondo. Diventarono i grandi Agamennone e Menelao mentre io rimasi nell’ombra… Ma il passato è passato e deve essere ormai svanito dalle nostre menti, sopraffatto dal presente: questa sarà la nostra virtù! Ricordo ancora il tuo pianto. Le tue lacrime che si infrangevano sulle mie cosce, le quali anche se prive di gusto, riuscivano a percepirne il sapore dolcemente salato di esse. Ed ora sono io. Sono io che mi abbatto. Sono io che cerco conforto. Ma sei tu. Sei tu colei che riuscirà a sanare queste ferite.

Pietro – Ettore

Ero con mio padre, Priamo, stavamo discutendo la strategia d’attacco quando, in lontananza, dalla costa, riconosco, trainata da un cavallo nero, un’armatura famigliare. – Siamo sotto attacco – pensai, e così feci preparare gli arcieri. Piano piano il carro si avvicinava da solo con sopra un uomo fino alle porte di Troia. Quell’uomo era Achille. Eravamo in attesa quando sentii ripetutamente gridare il mio nome: – Ettore! Ettore! – era il mio momento, pensai, la mia gloria. Diedi l’ordine agli arcieri di posare gli archi, scesi le scale della torre e andai a preparare la mia armatura, era splendida, lucente e, brillava sotto la luce del sole, l’avevo appena fatta lavare per pulirla dal sangue, il sangue di Patroclo. Achille stava ancora gridando quando davanti a me 5 uomini mi aprirono le porte della città. Lo vidi, per la prima volta faccia a faccia, con addosso un armatura contro la quale avevo già combattuto. Achille si tolse l’elmo, non sapevo se lo aveva fatto per il caldo ma in segno di onore me lo tolsi anche io. Iniziai il combattimento sfilando la più affilata e resistente spada di Troia, cercai di colpirlo schivando contemporaneamente i suoi colpi, Achille riuscì sempre a difendersi e a combattere fino a quando afferrai la mia lancia e la scagliai, con tutta la forza che mi era rimasta in corpo, contro Achille che con estrema prudenza riuscì a schivarla facendola conficcare nel terreno. Dopo quel lancio ero esausto, iniziavo a sentire la fatica quando le gambe mi iniziarono a tremare; Achille, senza perdere altro tempo, riafferrò la mia lancia, fece un balzo e un dolore lancinante mi raggiunse l’anima, veniva da sotto la spalla, nella clavicola sinistra, la lancia mi aveva perforato un polmone, non riuscivo a respirare e sentivo il sangue salirmi in gola. Feci un ultimo respiro guardando mio padre che piangeva, la vista iniziò ad annebbiarsi. Ettore, il più forte difensore di Troia, ora giace al suolo privo di vita, mentre Achille lo lega al carro per non cedere il corpo ai Troiani. La moglie, il padre Priamo e il fratello Paride scoppiano in un violento pianto di rabbia per la perdita di un famigliare così importante.

Stefano – Ulisse

Era molto tardi, tutti stavano dormendo; Egisto era l’unico sveglio e ci guardavamo, ci guardavamo con sguardo assente e occhi ormai stanchi di vedere le stesse cose: morte e speranza ormai rassegnata. Non sapevamo se saremmo tornati a casa, ma una cosa era certa: non saremmo tornati a casa come quando l’avevamo lasciata. Era quasi l’alba e il sole colorava di un rosa pallido il mare e una leggera brezza muoveva le vele delle navi: uno spettacolo bellissimo, ma visto in circostanze orribili. I primi soldati iniziarono a uscire dalle proprie tende: nessuno era felice di farlo, nessuno lo era mai stato. Non avevamo voluto quella guerra, eravamo stati costretti dai nostri re per esaudire dei loro capricci. Qualche ora dopo ci raccogliemmo di fianco al falò; ci eravamo tutti: Agamennone, gli anziani, i soldati, i marinai; che senza neppure averlo voluto e senza saper combattere si erano trovati nella nostra stessa situazione. Stavamo cercando di trovare una strategia per poter finire quell’agonia una volta per tutte: chi provava a spiegare strategia militari, chi credeva che gli dèi ci avrebbero aiutati, chi invece credeva che… Neppure loro sapevano a cosa credere, se in certezze oppure in sogni. Per me erano tutte baggianate! Avevo pensato a questo per anni, sapevo cosa fare, come fare e come reagire a ogni situazione: io sapevo che avrebbe funzionato. Mi alzai di colpo e tutti rimasero zitti, anche loro sapevano che il mio piano avrebbe condotto in porto i miei amici. In tutti questi anni quando c’era un problema ero sempre io a risolverlo e avevo guadagnato una certa notorietà. Per questo si fidarono, si fidarono proprio di me, proprio per questo sapevo in cuor mio di essere obbligato a cambiare la situazione. Iniziammo dunque a distruggere le navi per costruirlo, costruire un enorme cavallo di legno e corde, con al suo interno un abitacolo dove si sarebbero dovuti nascondere alcuni dei miei uomini, che sarebbero entrati dove nessun greco era mai entrato: a Troia. Una volta dentro avrebbero aperto le porte agi altri… erano mura solcate da un inganno. Quella notte ci nascondemmo e sperammo, sperammo che il piano sarebbe andato a buon fine. La tensione era alle stelle e quegli occhi tristi erano finalmente vivi e pieni di speranza. Si sentì un rumore, il portone si aprì: era Achille.

Marco – Ulisse

So perfettamente che questa potrebbe essere la mia ultima notte e ciò mi inquieta molto. Questo piano di far entrare un cavallo di legno dentro Troia… non so, nonostante sia stata una grande idea, potrebbe fallire molto facilmente. Sono molti i motivi per cui potrebbe non funzionare: se i troiani dubitassero che chi ha combattuto contro di loro per 10 anni possa aver fatto loro un così grande dono? Basterebbe niente per farci scoprire: nonostante questo possa essere un piano molto efficace, al contempo è anche molto pericoloso. Le sorti della guerra dipendono dal successo di questo piano. Forse ci abbiamo pensato troppo frettolosamente, presi dall’euforia del momento, e potremmo non aver considerato alcuni fattori. È possibile che qualche spia troiana possa essere venuta a conoscenza del piano? A quel punto, dopo l’entrata del cavallo, questo verrebbe bruciato con noi tutti dentro: un cavallo di legno in fiamme che si sgretola, dal quale provengono orride urla di corpi ammassati l’uno sull’altro, una morte che non augurerei mai neanche ai miei nemici. Ma il destino non ce lo scegliamo e se il mio è morire domani, significa che morirò.

Mischa – Ettore

Era una tranquilla sera, io e i miei soldati ci stavamo incamminando silenziosamente verso l’accampamento nemico. Non eravamo in pochi ma regnava un tale silenzio da sembrare surreale. Questo silenzio era un silenzio di terrore, infatti ognuno di noi aveva paura che qualcosa potesse andare storto, ma aveva paura soprattutto di Achille, che io avevo già incontrato. Eravamo ormai vicini all’accampamento e il nostro passo si stava via via facendo più svelto mentre una brezza marina ci accarezzava il viso. Giunti sul punto da me prefissato diedi «l’alt» ai soldati con un cenno della mano e tutti noi assaporammo la quiete prima della tempesta, già da li si poteva udire il ronfare rumoroso di quei vili porci che la notte prima si erano ubriacati e avevano oltraggiato le nostre dorate coste dove tanto amavo giocare da bambino. Quando gridai di attaccare con un urlo collettivo ci piombammo nel loro villaggio e distruggemmo tutto ciò che si parava davanti al nostro cammino. Partì la loro controffensiva e cominciammo ad arretrare un po’. E proprio in quell’istante, tra la rissa di soldati che si era creata all’orizzonte, vidi Achille, che con i suoi fidati soldati si dirigeva proprio verso di me. Per qualche istante esitai e fui tentato di barricarmi dietro ai miei uomini ma per qualche ragione, probabilmente spinto dall’onore, decisi di affrontarlo. Achille mi si piombò addosso con un fendente molto insolito per il suo modo di combattere e io approfittando dei suoi goffi movimenti lo infilzai agilmente sotto l’armatura passandolo da parte a parte. In quel momento provai una gioia immensa e i miei soldati esultarono mentre i nemici spaventati vedendo il loro migliore guerriero morire scapparono terrorizzati. Ma quando tolsi l’elmo dal presunto Achille trovai uno sconosciuto la quale somiglianza ad Achille era sconcertante. In quel momento intuii che ero in seri guai. La mia vita sarebbe finita da li a poco.

Davide – Achille

Come ho potuto consentire a Patroclo di andare in guerra con le mie armi! È troppo pericoloso, ma i suoi occhi brillavano di una luce accesa dall’ira e dalla voglia di combattere, non potevo rifiutare la sua richiesta. Ora però sono preoccupato, è da questa mattina che non ho sue notizie, nonostante gli scudieri che ho mandato per riportarlo a casa. – Achille! Achille! – chi è che mi chiama? Mi giro e vedo Antiloco che galoppa più veloce che può verso di me: – Achille, Patroclo è morto…  cerco di restare lucido e gli chiedo: – C-come è morto? È stato ucciso da Ettore, lo ha scambiato per te e lo ha sfidato a duello. Patroclo è stato ucciso e spogliato delle armi e della corazza . La mia mente si offusca e non riesco più a ragionare, l’unica cosa che sento è il dolore che mi affligge e la voglia urlare non si placa; mi sale un senso di rimpianto, se solo avessi rifiutato la sua richiesta ora sarebbe ancora qui, magari sarebbe arrabbiato con me, ma vivo. Vedo all’orizzonte i soldati che portano il suo corpo e lo posano delicatamente davanti a me, ai miei piedi. Mi chino e contemplo il suo corpo, lo osservo come non avevo mai fatto e vederlo in quello stato fa crescere la rabbia dentro di me.  Ettore la pagherà – lo dico a voce così bassa che non sembra neanche un’affermazione, ma un monito per me stesso. Dopo diversi minuti mi alzo e torno nella mia tenda attanagliato dal dolore che non si placa. Dopo alcuni giorni dalla nostra contesa ecco che rivedo Agamennone, ormai la rabbia che provavo nei suoi confronti è svanita per lasciare posto al dolore per la morte di Patroclo e l’ira nei confronti di Ettore, alcuni degli achei presenti all’assemblea cercano di consolarmi, ma io non riesco ad accettarlo. È il momento che io parli di quelle che sono li mie intenzioni:  Agamennone  le parole mi escono colme di rabbia e rancore,  il nostro litigio è stato uno sbaglio, ma ora non ho altri interessi se non vendicare Patroclo. Ettore rimpiangerà di avermi fatto questo torto e ogni troiano che mi vorrà ostacolare perirà sotto la mia spada . Appena finisco di parlare, Agamennone si alza e come se volesse consolarmi e alleviare il mio dolore. Dice:  Achille, Patroclo era un guerriero valoroso ed era apprezzato da tutti noi, sapeva essere dolce o forte al momento opportuno, natura di cui pochi possono vantarsi; riusciva a placare anche la tua di ira, Achille, solo guardandoti o con poche parole. Capisco il tuo dolore, ma gli dèi hanno voluto così e noi non potevamo fare niente per impedirlo . Appena finito il discorso Agamennone mi dà in dono quello che mi aveva promesso e poi ci congediamo. Eccoli i Troiani, sono passati due giorni dalla pace fatta con Agamennone e ora ci attaccano, ma non sanno che si troveranno davanti non me, ma la mia ira funesta. Lo scontro è stato duro, ma abbiamo vinto, mi sono lasciato alle spalle un mare di sangue e cadaveri e ora sto inseguendo i Troiani rimasti che si ritirano, tra cui Ettore. Mentre mi avvicino vedo i cancelli di Troia chiudersi, ma davanti a essi c’è un guerriero, immobile come una statua che mi guarda: è lui, è Ettore. Quando sono quasi arrivato davanti a lui egli comincia a correre e allora lo inseguo, corre in continuazione attorno alle mura, ma io non sento la stanchezza e continuo a correre sempre più veloce. A un certo punto Ettore si ferma e sembra che finalmente si voglia battere con me. Mi avvicino e comincia a parlarmi:  Achille, non ho più paura di te adesso, ora vedremo se sarai tu a cadere sotto i miei colpi o se sarò io a morire trafitto dalla tua spada, ma prima voglio che tu mi prometta di restituire il mio corpo a mio padre nel caso in cui io venga ucciso, io farò lo stesso se ti ucciderò . Come osa chiedermi un patto dopo quello che ha fatto, con quale coraggio!  Non farò nessun patto con te Ettore dopo il male che mi hai causato e ora fammi vedere se sai batterti bene come corri . Mi posiziono nel modo migliore possibile e scaglio la lancia verso il suo petto, ma riesce a schivarla, allora lui cerca di colpirmi, ma paro il suo colpo senza nessuna fatica. Mentre corre verso di me con la spada alzata e lo scudo a coprire il petto mi accorgo che il punto tra la spalla e il collo è scoperto e quindi punto lì la mia lancia che squarcia la sua gola. Mi avvicino a lui lentamente, lo guardo e gli dico:  Ettore, hai pagato il prezzo della morte di Patroclo, ora lui riposerà in pace libero dal suo peso mentre tu verrai mangiato dagli avvoltoi e non verrai seppellito dai tuoi cari . Mentre faccio per andarmene Ettore mi chiede con un filo di voce, come un sussurro:  Ti prego, rendi il mio corpo a mio padre, ti ricompenserà perché io riceva la mia sepoltura . Torno verso di lui e gli dico con tutto l’odio che ho in corpo: – Non osare chiedermi perdono e clemenza, tu mi hai ferito nel profondo e ora porto un dolore che non potrò mai colmare e ora tu vuoi che io ti perdoni e restituisca il tuo corpo ai troiani? No, morirai nel modo che ti meriti, solo come un cane –. Appena smisi di parlare, l’ultimo respiro uscì dalla bocca di Ettore: – Muori tu oggi, io domani –, e gli estraggo la lancia dal collo. La mia rabbia però non si è colmata e allora decido di attaccare il suo corpo al mio carro e lo trascino girando attorno alle mura per più volte cosicché tutti i Troiani possano vedere che fine ha fatto il loro guerriero più valoroso mentre il suo corpo viene squarciato dal terreno. Al tramonto porto il corpo di Ettore al mio accampamento e dopo altri oltraggi fatti al suo corpo, lo do in pasto ai cani e lo guardo compiaciuto mentre viene sbranato fino a che di lui non rimangono solo le ossa.

Gabriele – Ettore

Sono o no il principe di Troia? Questa è una guerra non voluta da me, ma che ci posso fare? Ormai è iniziata e come erede al trono devo combattere e vincere. Le circostanze richiedono violenza: mi batterò per la mia città, per la patria che mi ha cresciuto, alla quale devo la vita, alla quale sono fedele. Non aspiro a gloria e non combatterò per piacere. [passano gli anni] Molti achei sono caduti ai miei piedi. Menelao non aveva tutti i torti, in fondo quello che ha più colpa è mio fratello, che innamorandosi ingenuamente e stupidamente della bellissima e incantevole Elena… ma lasciamo perdere; alla fine che ci vuoi fare: rimane pur sempre mio fratello. Ecco la causa di quest’inferno: migliaia e migliaia di morti per una donna. Riguardo a Menelao… sono stato costretto; non avrei mai trovato il coraggio per lasciar morire mio fratello. Ebbene sì, anche se ho violato gli accordi della sfida, sono intervenuto e l’ho ucciso. Ho riscattato il mio valore quando Patroclo, indossando l’armatura di Achille, ha iniziato a seminare panico nel campo di battaglia; tutti i soldati si ritirarono indietro impauriti pensando fosse il temibile Achille, ma io non sono indietreggiato e gli sono andato incontro, uccidendolo. Achille mi giurò vendetta: ci affrontammo a duello ed è qui che la mia storia è finita. Achille ebbe la meglio rivendicando il caro e vecchio amico Patroclo, ma Ettore si batté con onore fino all’ultimo respiro e anche quando capì di aver raggiunto la soglia dell’abisso, sfilò la lunga spada e si lanciò in avanti gridando le sue ultime parole.

Angelo – Clitemnestra

Sono passati dieci anni da quando quel cane ha ucciso la mia povera e innocente figlia Ifigenia, per combattere quella stupida guerra di Troia perché l’onore di quel verme di Menelao era stato infranto. Ricordo ancora le urla e i lamenti della mia povera Ifigenia, che non scorderò mai, come non scorderò il mio caro marito e il mio primo figlioletto, uccisi sempre da Agamennone. Il nostro matrimonio è stato pieno di sangue, sangue che ha fatto soffrire solo ed esclusivamente me. Adesso basta! Lui deve pagare per il male che mi ha fatto. Stavolta sarà lui a versare tanto sangue. Nel mio dolore e rammarico, ho incontrato il mio uomo, un uomo in cui ho visto la parte che mi mancava: l’ho vista nella sua sofferenza senza limiti, nella voglia di vendicare i fratelli innocenti come io voglio vendicare mia figlia Ifigenia, nella dolcezza del suo sguardo quando si avvicina a me. Il suo nome è Egisto. Eccolo lì, Agamennone! Sta per entrare alle porte di Micene, sopra al suo carro insieme a una donna vestita di nero e con il viso coperto! Quel cane ha deciso anche di non portare tutto l’esercito, ma solo una piccola scorta di soldati. Perfetto! Sorprenderò Agamennone a palazzo, insieme a Egisto e i suoi uomini. La sua morte dovrà essere terribile: il mio coltello trapasserà il suo corpo ripetutamente e ogni sua goccia di sangue, mi gonfierà l’anima di un piacere mai provato prima. Adesso sarà lui ad implorarmi pietà, e io non chiuderò né occhi né bocca dopo la sua morte. Questo è quello che si merita.

Luca – Patroclo

Ed eccoci qua nell’ultimo giorno di questa guerra, almeno per me e Achille. Io proprio non lo capisco, non si è mai tirato indietro da un solo scontro, eppure questa volta sembra molto serio e quasi inamovibile dalla sua decisione di tornare a casa con la guerra in corso. Cos’è questo rumore! I troiani attaccano! Devo parlare ad Achille. No, non c’è tempo! Devo andare io in battaglia, ma Achille me l’ha vietato. Eppure i guerrieri delle nostre terre sono in pericolo. Pensa Patroclo, pensa cosa puoi fare. Gli altri guerrieri non ti conoscono neanche, però Achille sì, devo convincerlo! Achille! Achille! I troiani stanno attaccando i nostri accampamenti, andiamo ad aiutare il nostro esercito! Non c’è! Dov’è Achille? Non c’è tempo di cercarlo andrò io al posto suo. Spero solo che non mi riconoscano e pensino che io sia Achille così saranno più motivati a combattere: questo l’effetto che fa Achille. Finalmente sul campo di battaglia! Sembra che non si siano accorti dello scambio di persone. Ecco il primo avversario! È molto diverso combattere veri avversari rispetto ai miei allenamenti, ma me la sto cavando bene, siamo riusciti a bloccare la prima orda di nemici. Subito dopo mi ritrovo davanti a Ettore e per la prima volta ho paura di morire, dicono che sia il migliore dei Troiani. Ecco, il suo primo colpo l’ho schivato! Anzi no! Sento un forte bruciore alla gamba, è riuscito a colpirmi. Ed ecco un altro colpo, questa volta mi ha colpito alla gola, sto morendo! E non ho neanche avuto il tempo di parlare con Achille per l’ultima volta.

Matteo – Cassandra

Ormai è passato un giorno dalla nostra partenza da Troia e io sono stata scelta da Agamennone come bottino di guerra. Agamennone è attratto da me e lo dimostra tutte le notti, ma io voglio tornare nella mia patria. Lui continua a farmi delle domande ma io le ignoro, la sua lingua la capisco, ma lui non lo sa. Quando gli dèi me lo permettono riesco a vedere il futuro e stavolta per me è davvero finita. Io che ero una giovane ragazza ora mi ritrovo in mano ai Greci come schiava, per accontentare Agamennone. Io che prevedo, vedo solo buio per me, ma anche per una persona a me vicina non vedo futuro migliore. Tutto questo è colpa della moira che ognuno di noi ha. La moira non è decisa dagli dèi, ma da una forza sovrannaturale che decide il nostro destino. Adesso in mano ai Greci non so proprio cosa pensare di me, del mio futuro e dei miei fratelli troiani, dopo che la città è stata distrutta, non è rimasto niente. Quando sarò morta, nemmeno il mio corpo verrà seppellito a Troia, ma sarà lasciato marcire, così che io non potrò nemmeno andare nell’Ade. Questi Greci sono davvero feroci e cattivi, maltrattano continuamente i miei fratelli troiani, ma Agamennone non mi torcerebbe un capello. Adesso che sono sicura della mia morte, pensa quando rincontrerò mio fratello Ettore, ucciso da Achille. Adesso in lontananza si comincia a vedere la penisola greca.

Francesco – Priamo

Ero un uomo completo, non potevo desiderare altro nella vita. Dei figli e degli eredi stupendi, una reggia immensa, un popolo fidato. Ma tutto è finito il giorno in cui mio figlio Paride è tornato in patria assieme ad Elena. Da lì è iniziato un abisso di dolori: vedere ogni giorno il mio popolo trucidato, dover vedere donne e i bambini vivere nella paura di perdere i propri mariti e padri, ma più di tutto il dolore più grande fu vedere mio figlio perire, Ettore, il più grande guerriero di Troia che sempre aveva difeso la città con onore. Alla sua morte venne umiliato e non venne fatta nemmeno la sepoltura. Il mostro responsabile della morte di mio figlio è Achille. Dovevo trovare il corpo di Ettore, e il destino volle che un uomo di cui conoscerò l’identità mi portò nel campo degli achei alla tenda di Achille. Io capivo il dolore che provava Achille, e speravo potesse capire il mio, il dolore di un padre che perde il figlio, che è pronto a inginocchiarsi davanti all’uomo che lo ha ucciso. Lo supplicai. Non so cosa abbia spinto Achille a restituire il corpo di Ettore, adesso però so che lui è un uomo, e non un assassino senza cuore. Mio figlio poté finalmente avere una sepoltura degna per ciò che ha fatto per Troia, ma il dolore che ho provato, mai passerà.

Daniele – Paride

Io sono Paride, principe di una città morta, messa a ferro e fuoco dagli Achei a causa mia. Mi hanno sempre detto che la mia bellezza è un dono di Apollo, dio pieno di benevolenza nei confronti della mia famiglia, comincio a pensare che sia una malefica maledizione, che sono destinato a sopportare per il resto della vita. Sono sempre stato un inetto, un debole che fa fatica a sollevare una spada, non riuscirò a sopportare questa pena. Il mio anziano padre è ancora lì, vicino alla pira, a piangere il mio amato fratello Ettore, morto a causa mia. Ettore, mio caro fratello, sei sempre stato quello che io non potrò essere: coraggioso, forte, un padre tenero, il difensore della nostra patria. Tu però sei caduto ai piedi delle mura di Troia, combattendo valorosamente contro Achille mentre io sono qui nel palazzo a nascondermi come un ratto. Ho provato a vendicarti e ho ucciso il tuo assassino colpendolo al tallone, con una freccia, gettando come uno stolto disonore sulla nostra famiglia perché non ho avuto il coraggio di affrontarlo direttamente. Sono un vigliacco, scappato anche dal combattimento con Menelao per la mia amata Elena. Non sono mai stato capace con la spada e con la lancia, le armi dei valorosi guerrieri, e avevo paura, paura della morte, che ora mi pare come un dolce sonno che porrà fine alle mie pene. Io sono la causa scatenante di questa guerra, per colpa del mio cuore gli uomini si sono massacrati per anni. Ah! Perché Afrodite? Perché mi hai intrappolato nella tua rete malefica? L’amore che provo per Elena è immenso e autentico, ma mi chiedo se sia abbastanza, abbastanza per compensare il dolore della perdita dei miei fratelli e della mia città. Non riesco più a sopportare questi supplizi, ho un peso troppo grave sulla mia coscienza. E se mi lanciassi dal palazzo? Un solo momento e tutto questo finirebbe e tutto quello che rimarrebbe di me sarebbe il ricordo sbiadito nella mente di Elena e Priamo. Non posso fare questo alla mia amata e a mio padre, ho già causato troppo dolore. Cercherò di essere ciò che non sono mai stato, coraggioso. Sopporterò tutto questo per i miei cari.

Andrea – Ettore

Che cosa devo fare qui? Non posso ritornare in città, sarò ricoperto di vergogna, ricoperto di insulti, mi daranno del pazzo.  Tutta la mia città, tutti i miei compatrioti non mi guarderanno più in faccia e, se mai mi degnassero di uno sguardo, lo faranno solamente per riempirmi nuovamente di insulti. Se rientrerò dentro le mura di questa città nessuno mi considererà più il proprio eroe, il proprio principe. La mia gloria finirà e sarò ricoperto di vergogna per l’eternità. No, non voglio questo, andrò lì a combattere, e ucciderò Achille, fosse l’ultima cosa che faccio. E quando tutto sarà finito tornerò a casa dal mio popolo, da mio padre e i miei fratelli, dalla mia famiglia. Oppure… potrei consegnare loro Elena e dei beni appartenenti a Troia, così da metter fine definitivamente a questa stupida guerra. Ma che sto pensando… non posso fare questo a mio fratello, e al mio popolo. E poi Achille non accetterebbe mai tutto questo, è un uomo assetato di sangue, lui cerca solo la vendetta. Se non troverà me, ucciderà tutti. Invece se mi trova e mi uccide, sterminerà la città lo stesso, probabilmente. Non ho scelta, affronterò Achille e tornerò a casa da vincitore o morirò per una buona causa.

Govind – Achille

È una notte strana, il vento ha da poco iniziato a soffiare, si percepisce una sensazione insolita, l’ebrezza marina e il vento caldo trasmettono il presentimento di qualcosa che non si può descrivere a parole. Aspetto con ansia Patroclo, è da ieri sera che non lo vedo, chissà dove si sarà cacciato, spero solo che non sia finito in un guaio serio. È un ragazzo molto intelligente, alcune volte è incosciente ma so benissimo che non si sarebbe mai azzardato ad andare. No! Questo pensiero non dovrebbe neanche venire in mente. Dopo poco mi recai fuori dalla tenda, era tutto buio, l’esercito stava tornando, tutti con il volto pieno di stanchezza e rabbia, nessuno si azzardava ad alzare lo sguardo, tutti con la testa rivolta verso il basso. Tutto ciò mi sembrò strano, doveva esser successo qualcosa. Ritornai all’interno della tenda, mi bagnai il viso e cominciai a riflettere, tutto questo silenzio mi pareva strano.  All’improvviso due dei miei uomini fidati entrarono dentro la tenda e mi diedero una brutta notizia: Patroclo è morto! Queste le parole che tutt’a un tratto cambiarono la mia vita. Non sapevo più cosa fare, urlare, piangere, vendicare, riflettere, tutto il mondo mi crollò addosso, non vedevo più niente, uscii dalla tenda ed iniziai ad urlare più forte che potei: Patroclo per me è stato più di un amico, lo vendicherò!

Mehakpreet – Paride

Una volta assicuratomi di non essere visto da nessuno, entrai nella stanza di Elena, che in quel momento stava guardando fuori dalla finestra. Troiani e greci ridevano e scherzavano insieme, c’era aria di festa, e nonostante il momento gioioso Elena era nella stanza da sola, quasi come se quel momento di felicità non lo volesse. Io non sopportavo di vederla così, il suo visto era triste, le portava via la sua bellezza. Ma quando mi vide fu felice, ed anche un po’ impaurita che qualcuno ci vedesse, allora per sicurezza chiuse l’uscio. Le parlai, le dissi che non la vedevo felice e lei negò, ma d’altronde faceva sempre così. Allora mi feci coraggio, la paura di ricevere un secco rifiuto mi attanagliava la mente, ma forse era la cosa più giusta sia per me che per lei. Mi feci avanti: – Lo so che sei triste, ma non lo vuoi ammettere. Comunque, io ti propongo di venire con me, di nascosto, a Troia. Così potremo coronare il nostro amore, e tu diverrai la principessa di Troia. I greci non lo scopriranno mai, e ti allontanerai da Menelao, è troppo vecchio per te –. Elena tentennava, ma con l’ultima frase Paride le toccò il cuore, e in effetti pensò: «Cos’ho da perdere? Sono regina qua e sarò regina anche lì, Menelao mi tratta solo come strumento di piacere, invece Paride mi ama». Allora rispose di sì.

Federico – Egisto

È arrivata da qualche settimana la notizia che la guerra è finita, gli Achei hanno vinto e finalmente io e Clitemnestra potremo avere la nostra vendetta. Io, Egisto, cugino dei grandi Agamennone e Menelao, sono da sempre trattato come uno zimbello; sin dall’età infantile venni privato di mio padre, Tieste: i poeti raccontano che suo fratello, Atreo, dopo che mio padre sedusse sua moglie Erope, uccise tutti i suoi figli e glieli fece mangiare insieme a carni di animali ad un banchetto. Tieste, pazzo di dolore, fuggì e non tornò più a casa. Io sopravvissi per caso perché quel giorno non ero a palazzo. Agamennone è un uomo cieco, penserà che la sua regina si getterà ai suoi piedi, che gli darà altri figli, ma non sa che Clitemnestra è stanca, che per 10 anni ha progettato la sua morte e finalmente quel momento è arrivato, la regina vendicherà Ifigenia, sacrificata perché un profeta maledetto la indicò come vittima. Prescelta da Artemide, Agamennone le fece credere che la figlia era sparita misteriosamente e che la dea se l’era portata con sé. Per anni Clitemnestra ha pianto prima che arrivassi io, noi due siamo fatti della stessa materia, con me il suo viso duro prende una luce che la rende nuovamente bella, con Agamennone non era mai stata così. Clitemnestra ha già steso un tappeto rosso a palazzo, non per dare gloria al re, ma per indicare il sangue che verserà; quando i suoi compagni si allontaneranno la regina getterà una rete inestricabile sul suo corpo e lo colpirà con una scure preparata per l’occasione. Io, intanto, insieme ai miei soldati assalirò i guerrieri di Agamennone, disarmati e incapaci di immaginare tutto ciò. In questo modo, io, Egisto, da sempre schernito e umiliato, insieme a Clitemnestra, moglie di un re cieco e dall’animo ignobile, avrò la mia vendetta.