rapporto genitori-figli

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Elena VarvelloLa vita felice

Elia ha sedici anni ed è un ragazzo solitario. Suo padre Ettore ha perso il lavoro e ora sembra perdere, giorno dopo giorno, anche la ragione: si chiude in garage, scrive lettere in cui denuncia un complotto di cui si sente vittima, sparisce per ore a bordo di un furgone. La madre Marta si aggrappa al ricordo di un marito che di fatto non c’è più. E così la routine famigliare si inceppa, fino a precipitare in una notte d’agosto.

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Roberto VecchioniLa vita che si ama

«Non si è felici nell’imperturbabilità, ma nell’attraversamento del vento e della tempesta».

Che cos’è la felicità? Una cosa transitoria che incrocia la vita per brevi momenti, o un modo di essere e di affrontare l’esistenza, nonostante i dolori e le difficoltà quotidiane? È intuile chiederlo. Lo scrive un padre ai propri figli, Francesca, Carolina, Arrigo ed Edoardo: la felicità non è una questione di istanti, ma una presenza costante; il problema è saperla intravedere, imparando a non farci abbagliare. Il padre è Roberto Vecchioni, che decide di spogliarsi dei panni di cantautore per vestire quelli di uomo comune e affrontare la sfida dell’essere felici partendo dagli affetti più cari.

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Paola MastrocolaNon so niente di te

«Nessun genitore deve volere il meglio per suo figlio. E sai perché? Perché non lo sa cos’è meglio per lui».

È un mattino di novembre e nella sala di uno dei più prestigiosi college di Oxford si sta per tenere una conferenza sulla crisi dei mercati. Ma la sua apparizione, Filippo Cantirami, giovane e brillante economista italiano, la fa seguito da un gregge di pecore, lanose, ordinate e moderatamente zelanti. Eppure non dovrebbe essere lì: perché non è a Stanford a finire il dottorato e a inseguire quella carriera nel mondo della finanza che i genitori tanto sognano per lui? Cosa sta realmente facendo? Qual è il segreto che lo lega al compagno Jeremy?

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Elvira SeminaraAtlante degli abiti smessi

Eleonora è una donna impetuosa ed eccentrica. Alla scomparsa dell’ex marito, il suo rapporto con la figlia Corinne si strappa definitivamente, «come un lenzuolo che ha subito troppi lavaggi, vestito troppi letti». In cerca di solitudine e chiarezza, decide allora di trasferirsi a Parigi, scappando dalla casa di Firenze come fosse una nave che affonda, con tutte le sue cose e i suoi malintesi. Ma oltre al passato, in quella casa sono rimasti armadi pieni di vestiti, ognuno dei quali porta con sé una storia: ci sono quelli «elfi, che non trovi in nessun posto quando li cerchi, ma poi rispuntano beffardi come niente fosse», quelli «impostori, che sono costati parecchio ma non hanno portato la fortuna promessa», quelli «sopravvissuti, che reggono i peggiori addii», quelli che «hai paura a rimettere perché quel giorno sei stata cosí felice» e quelli come «uccelli di Hitchcock: spalanca l’armadio e falli volare via, come si fa con le gelosie e le ossessioni indecorose».

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Simone GiorgiL’ultima famiglia felice

Le famiglie felici si somigliano tutte, oppure no? Forse ciascuna è felice a modo suo, e la felicità, proprio come un vetro, nasconde sulla sua superficie liscia mille linea di frattura, invisibili fino a quando non s’infrange. La famiglia di Matteo Stella è felice? Lui fa di tutto perché lo sia: è un padre amorevole, un marito devoto, un uomo che si sforza in ogni modo per essere una brava persona. Senza ipocrisia ma con l’ingenuità assoluta che hanno solo le persone di buone intenzioni.

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Andre AgassiOpen

Un ragazzo che odia il tennis con tutto il cuore «condannato» a diventare il campione più popolare degli ultimi trent’anni.

Un padre dispotico e ossessivo che con i suoi metodi brutali diede l’avvio a una delle carriere sportive più sfolgoranti e anche controverse di tutti i tempi. Gli allenamenti a ritmi disumani – 2500 palle al giorno, cioè 17500 la settimana, cioè un milione di palle l’anno – contro un marchingegno crudele che sembra un drago. La solitudine assoluta in campo che gli nega qualsiasi forma di gioventù. La chioma punk, gli orecchini, il rossetto con il quale si truccava prima di scendere in campo, come personalissima forma di protesta contro il mondo. E poi una carriera da numero uno lunga vent’anni e 1000 match.

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