Katie HafnerGlenn Gould e la ricerca del pianoforte perfetto | Lo Struzzo a Scuola

Katie HafnerGlenn Gould e la ricerca del pianoforte perfetto

Benedetta Saglietti, storica della musica

Come si diventa ciò che si è? Le strade e le variazioni sono infinite. Un pianoforte, per esempio, può essere d’aiuto. Ma la strada per trovarlo, a volte, è lunga e faticosa. Se il protagonista è Glenn Gould, il fuoriclasse del pianoforte, un ragazzo schivo e strano che precocemente mollò la carriera musicale nel 1964 a 32 anni, quella ricerca è tutto. Attorno a lui pullula un piccolo universo di uomini, come l’accordatore quasi cieco Verne Edquist, di oggetti, tipo dozzine di chiavi di stanze d’albergo, oltre a un intrecciarsi di casi imprevedibili, come le disavventure con la fabbrica degli Steinway e con Bill Hupfer che rende possibile l’incontro col pianoforte perfetto.

Scovare lo strumento giusto, tagliato come un abito di sartoria, equivale a riconoscere, fra mille, l’anima gemella. Gould sapeva con precisione cosa cercava in un pianoforte, ma il CD 318 – questo il suo nome – arrivò a Toronto solo a metà degli anni ’40: di fatto era stato lui, il pianoforte, a raggiungere Gould nella sua città natale.

Dal momento che Gould sosteneva di non amare cosí tanto il suono del pianoforte (come per molti interpreti lo studio avveniva prima sulla sola partitura), l’ossessione per il suono perfetto può sembrare pazzia in piena regola. Eppure solo cosí, percorrendo quella strada, Gould poté trovare il suo suono e, in definitiva, sé stesso.


Un altro che si è perso è James Rhodes, pianista pure lui. La sua certezza: la musica salva la vita, riscattando dalle innumerevoli variazioni del dolore e della disperazione. Per lui il tema delle variazioni è lo stupro infantile. A patto, però, di essere onesti con se stessi. «Imparare un nuovo brano comporta gli stessi meccanismi. Tempo a disposizione, concentrazione, disciplina, lavoro onesto. Scelto il pezzo, vado al negozio di musica, torno a casa con una partitura, metto caffè, posacenere, matita e metronomo sopra il pianoforte e inizio dalla prima pagina. Scompongo i passaggi tecnici più ostici […] apprendo tutto finché non sono in grado di andare in palcoscenico e suonare a memoria. Ecco cos’è la vita per me. È esaltante, stimolante, gratificante e dignitosa». A patto anche di superare una situazione di stallo nella quale si trova oggi, un po’ ovunque, la musica classica, «cosí piena di problemi, complicazioni e difficoltà […] Deve piantarla di scusarsi di esistere».

Bisogna incamminarsi, se si vuole trovare sé stessi. Buttarsi nella mischia. «Comprate, rubate o ascoltate su internet i seguenti tre album: le Sinfonie numero 3 e 7 di Beethoven (tutte e nove le Sinfonie suonate dalla London Symphony Orchestra su iTunes a 10,99 euro); le Variazioni Goldberg di Bach (eseguite al pianoforte da Glenn Gould, se possibile la registrazione in studio del 1981, la trovate su iTunes per meno di 10 euro); i concerti per pianoforte di Rachmaninov (eseguiti da Andrej Gavrilov, 6,99 euro). Male che vada, avrete speso dei soldi e vi faranno schifo, ma vi saranno costati quanto un pranzo da asporto. Mi insulterete su Twitter http://twitter.com/jrhodespianist e tanti saluti. Altrimenti avrete aperto la porta a qualcosa che vi lascerà confusi, felici, emozionati, esaltati e sconvolti per il resto della vita».

Un giorno Rhodes incontra Denis, suo futuro produttore, per caso, in un bar di New York. L’uomo non sapeva quasi niente di musica classica. Ma quando si stanno per salutare, Denis gli dice: «In realtà conosco un brano al pianoforte. Un mio amico era andato in fissa e lo metteva su in continuazione. Si chiama Ciaccona di Bach/Busoni. Lo conosci?»

Rhodes scrive che era «l’unico brano che mi portavo nel cuore dall’età di sette anni, grazie al quale avevo superato periodi travagliati, disperati e brutali». La rivelazione. «Fu come se l’universo mi stesse dicendo: “Ehi tu, visto che succede quando la pianti di fare il coglione?”»