J. D. SalingerIl giovane Holden

Quando stamattina sono andata a fare il mio dovere di Piccola Maestra al liceo Mamiani per parlare del Giovane Holden a due classi che lo avevano già letto, per prima cosa ho chiesto a quanti di loro fosse piaciuto, fosse piaciuto veramente. Mani alzate: due. Forse tre, la terza era incerta. E allora abbiamo parlato per due ore. Ho letto la recensione di Manganelli e abbiamo deciso che «aurorale» era l’aggettivo perfetto per Caulfield, anche se non avevano (ancora) letto Nietzsche.

Abbiamo deciso che Holden si autoproduce e si autoinventa a ogni pagina come personaggio letterario e che per capirlo servono due o tre riletture, del resto l’ha confessato anche Matteo Colombo che la prima volta non gli aveva detto granché. E così abbiamo letto la sua intervista, e il suo carteggio con Anna Nadotti, per capire perché servisse una nuova traduzione, se serviva, e quanto a lungo potrebbe e dovrebbe durare. Io le avevo portate tutte e due, quella di Colombo e quella di Adriana Motti. Metà di loro ne aveva letta una, l’altra metà l’altra. Così abbiamo discusso di mezzeseghe e mezze cartucce, di infanzia schifa e schifo di infanzia, e di (fortunatamente mancanti) ‘bbella zio.

Abbiamo parlato di cosa significa fermare una giostra per diventare grandi, e del perché Holden non va a letto con la prostituta, sfondando la superficie della prima risposta («non si sente adeguato» «sicura?» «no»). Abbiamo analizzato perché questo romanzo di formazione per antonomasia fosse profondamente diverso dagli altri che avevano letto (L’isola di Arturo e Padre padrone) e per quale motivo fosse più difficile da comprendere, dato che Holden sembra – sembra – lo stesso, all’inizio e alla fine. Abbiamo discusso di come la malattia non divori il racconto, al contrario di quanto accade nella maggior parte dei romanzi contemporanei. Abbiamo stabilito cosa sono gli adulti – come la loro autorevolezza sia polverizzata dall’inizio, e come il fratello morto sia, per dirla con Manganelli, una «divinità privata», l’unica esistente.

Ho chiesto loro di sottolineare quante occorrenze ha la radice «schif-» e in quali casi viene usata. Non so se lo faranno. Ho chiesto loro quanti avevano adesso voglia di rileggerlo, per capire non tanto se adesso sarebbe loro piaciuto, ma in quanti e quali modi avrebbero potuto attraversarlo. Si sono alzate tutte le mani. Tutte. O abbiamo fatto un buon lavoro, o sono molto paraventi. Mi accontento di metà e metà, e mi sento esausta e felice.

In collaborazione con Piccoli Maestri.