Marco MarsulloI miei genitori non hanno figli

Liceo scientifico E. Fermi (Bari)
Classe: I C
Docente: Giulia Grandolfo

I miei genitori non hanno figli è un romanzo che diverte e fa riflettere: narra con molta ironia la sofferta esperienza dell’autore al primo anno di giurisprudenza, uno spaccato di vita vivace ambientato in una città che è con ogni evidenza Napoli. Il protagonista è coinvolto in rapporti familiari piuttosto conflittuali: da una parte c’è una madre soffocante e petulante; dall’altra c’è un padre assente, invisibile, incapace di relazionarsi con suo figlio.

In questa confusione di ruoli e di bisogni mai espressi si fa strada progressivamente il desiderio, unito alla consapevolezza, di voler essere se stesso, dell’autenticità delle cose; è un viaggio che lo porterà anche all’avvicinamento alla scrittura e al giornalismo, attività che da sempre hanno fatto parte della sua vita, nonostante le abbia a lungo ignorate per inseguire il sogno dei suoi di avere un figlio professionalmente avviato.

A parer mio, Marsullo intende scuotere i giovani ad intraprendere il proprio personale percorso, indipendentemente da influenze esterne, come possono essere quelle dei genitori. Quando finalmente trova il coraggio per ribellarsi a questo sistema, scopre la genuinità e voglia di vivere secondo le proprie ambizioni.

I momenti di tensione della vicenda si intrecciano puntualmente con dei flashback dall’intenso valore simbolico e allusivo: l’autore interrompe la narrazione descrivendo momenti del suo passato doloroso, riguardanti la separazione dei suoi genitori, evocando una dimensione surreale, nella quale il tempo appare sospeso e tutto risulta immobile e astratto; Marsullo rievoca una situazione drammatica che ha invaso la sua mente quasi tenendola in ostaggio.

È proprio questa sensazione di disagio che lo porta, nella scena finale, a rinunciare finalmente a degli studi mai veramente scelti, a vivere di emozioni e non di insicurezze, a invertire la marcia per inseguire i sogni, per comprendere il vero senso dell’esistenza senza sovrastrutture mentali, bensí con l’istinto di chi ha fame di vita ed esperienze. È assalito da sensazioni percettive terribili: il cielo che diventa cupo, il sole che si spegne all’orizzonte, l’odore del mare che sa di smog, la difficoltà nel trovare un punto di appoggio sono immagini estremamente allusive che rinviano ai conflitti familiari, che solo la spontaneità di un ragazzo deluso e abbattuto avrebbe potuto evocare.

Il simbolismo della scena viene reso anche attraverso l’uso di un linguaggio denso di significati: è interessante come il freddo, la costrizione, il dolore vengano messi in relazione alla volontà dell’autore di fuggire, di alzarsi, di smettere di fingere di non aver paura, di urlare al mondo come questo a volte possa rovinare tutto; ne consegue che il protagonista decide di abbandonare il passato per ripartire da zero, cominciando a respirare, a fregarsene dell’università, a vivere la vita senza ansie, preoccupazioni, paure, ma con la voglia di vivere, iniziando cosí a godersi il sole di giugno.

Le ultime tre pagine del libro mi son piaciute, rappresentano uno sfogo, una liberazione, un flusso di coscienza, paragonabile a un fume in piena, che trascina idee, pensieri, riflessioni impulsive e incontrollate, con le quali Marsullo raggiunge la maturazione. Le immagini presentate non sono mai scontate, anzi colpiscono anche coloro che non hanno mai vissuto in circostanze simili.

Il linguaggio è uno dei pilastri del romanzo, in quanto è perfetto sotto ogni punto di vista: è originale, moderno, adatto a figli e genitori, ma soprattutto efficacissimo per le numerose metafore e gli ossimori, come il titolo stesso. Infatti sembra suggerire che un figlio possa diventare genitore dei suoi genitori, a volte piú fragili di quanto possa essere un ventenne, eppure proprio per questo l’autore li ringrazia perché con le loro mancanze ed errori, gli hanno fatto capire come sia necessario «inclinare il viso a favore di vento per godersi la brezza delle cose».

Giacomo