Simona VinciLa prima verità

In una conversazione tenuta nel 2013 presso il Centro Studi sulla Memoria di San Marino, a proposito di romanzo storico, Wu Ming 2, in rottura con le coordinate manzoniane, affermava che il romanzo storico del quarto tipo non ha il vero per soggetto e nemmeno l’utile per iscopo. Il suo scopo è falsificare la narrazione dominante, mostrarne le stratificazioni, sostituire allo stereotipo il conflitto. Diventare pre-testo per altre ricerche.

La prima verità di Simona Vinci non è precisamente un romanzo storico o, meglio, la Storia c’è, ma non è propriamente la protagonista. Vera protagonista è l’isola greca di Leros, nel Dodecaneso, dove esiste ancora una comunità terapeutica che ha sostituito l’istituto psichiatrico in cui venivano rinchiusi, in condizioni disumane, coloro che, in ragione di una sofferenza psichica, fossero ritenuti irrecuperabili alla società e dunque ingovernabili. Ma a Leros, a partire dagli anni Sessanta, veniva deportata e torturata anche un’altra tipologia di ingovernabili, cioè gli oppositori alla dittatura dei colonnelli. Da Leros, quindi, si dipanano una serie di tracce rizomatiche che fanno del romanzo un pre-testo per altre ricerche: dalla poesia dell’antifascista Ghiannis Ritsos, che dà il titolo al romanzo, alla Grecia dei colonnelli, tornando indietro all’occupazione del regime fascista italiano che aveva costruito una base militare dove in seguito sarebbe sorto un manicomio, per arrivare ad oggi, al centro raccolta profughi di Leros. Dai primi decenni del Novecento, sull’isola hanno cominciato ad essere deportati, contenuti e torturati, ingovernabili e indesiderabili a vario titolo, non solo cosiddetti malati di mente, ma antifascisti, vittime di violenza, guerre e povertà, sconfitti ed esclusi dalla Storia, profughi. L’isola assurge quindi a laboratorio della società disciplinare di foucaltiana memoria, perché qui si rinchiudono, si sorvegliano e si puniscono tutte le devianze da una norma prodotta in età moderna. A Leros si corregge la molteplicità di corpi e menti non conformi, si reprimono l’illegalismo e la devianza con i mezzi del buon addestramento forniti da vecchie istituzioni debitamente preposte, cioè l’ospedale e l’esercito, cui si affiancano nuovi spazi di contenimento come l’hotspot. Un filo rosso e spinato unisce, isolandoli, gli indesiderati da una società considerata regolare di diritto, normata più che normale, siano essi oppositori al fascismo, vittime di ogni tipo di violenza, incluso quella sessuale, soggetti psichiatrizzati, profughi.

La storia di Leros non è una leggenda. La stessa autrice, a conclusione del romanzo, precisa che molti dei personaggi sono realmente esistiti e che le loro vicissitudini sono ispirate a fatti reali, mescolati alla sua immaginazione. A tal proposito, ci torna ancora utile la lezione di Wu Ming 2: il problema della mescolanza tra vero e fittizio non si pone nei termini di una possibile distinzione, scena per scena, delle due componenti, anche se non di rado lettori e commentatori si lasciano attirare da questo scrutinio. Piuttosto si tratta di capire cosa significa la mixed reality che esso ci propone rispetto ai dati che possediamo sul passato e, aggiungerei io, di capire quali ricadute ha quel passato sul nostro presente, per immaginare e costruire un futuro che rompa con l’orrore pazzesco che l’ha preceduto e che, in buona misura, ci tiene ancora in ostaggio. Se Il colpevole segreto d’Europa, come «The Observer» nel 1989 ha definito quel lager psichiatrico, è stato svelato, ciò non significa che il tempo dei fantasmi sia finito. Il 13 novembre 2015 a Parigi tre attentatori si sono fatti esplodere allo Stade de France. Uno di loro, ci ricorda Simona Vinci, nato in Siria nel 1990 era passato per il centro raccolta profughi di Leros il 3 ottobre 2015. Un altro fantasma. Un’altra storia. Così l’autrice conclude il romanzo, così va ancora avanti la Storia.

Antonella Festa, docente di italiano, latino e greco presso il liceo classico Vittorio Emanuele II di Lanciano.