Paolo Giordano

IISS G. Salvemini, Alessano (Lecce)
Classe: II A Liceo scientifico Scienze applicate
Docente: Valeria Bisanti

Leggere e scrivere sono attività che in qualche modo ci trasformano perché stimolano il pensiero, l’immaginazione e la sensibilità. Francesco Petrarca parlando dei libri diceva: «Per me parlano e cantano e v’è chi con festose parole allontana da me la tristezza»; Virginia Woolf osservava: «Talvolta penso che il paradiso sia leggere continuamente, senza fine». Leggere, insomma, offre preziosi strumenti cognitivi per affrontare le difficoltà. Per lei, invece, la scrittura è un mezzo per conoscere meglio se stesso?

Poiché nella domanda mescolate lettura e scrittura, partirei dalla prima. La lettura, per quanto mi riguarda, è senz’altro un modo per conoscere meglio me stesso. Forse detto così è troppo: per rispecchiarmi, ecco. Ma non credo che sia mai stato questo il motivo principale della mia dedizione come lettore. Il punto principale è che mi piace. Leggere mi piaceva alle scuole elementari e non ha mai smesso di piacermi. Non c’è ancora stata una fase della mia vita nella quale io non abbia infine trovato libri che mi accompagnassero nel migliore dei modi. Ci sono poche altre cose, e poche altre arti oserei dire, in grado di evolvere continuamente insieme a noi. La lettura, per quanto ne so, può farlo, a patto che uno le dedichi la dovuta attenzione. Quindi, ancora oggi, io mi considero prima di tutto un lettore. E la maggior parte delle mie giornate, la trascorro leggendo. La scrittura nasce più che altro come una conseguenza di questo, come un modo ancora più radicale di sostare dentro quell’altrove che la lettura ti concede.

«Non si è quasi mai felici o infelici per ciò che succede, si è una cosa o l’altra a seconda dell’umore che ci scorre dentro, e il suo è argento fuso, il più bianco fra i metalli, il migliore fra i conduttori, il riflettente più spietato». Più volte nel romanzo Il nero e l’argento usa la metafora del nero e dell’argento, figura retorica che ha inoltre dato il nome al libro. Come le è venuto in mente il paragone tra le anime di ognuno e un metallo? Se dovesse descriversi lei sceglierebbe il nero come il protagonista o piuttosto il color argento, quello utilizzato per Nora?

Quale colore sceglierei per me, lo lascio indovinare a voi. Considerando che valgono anche gli altri (giallo, marrone, indaco, blu, fucsia…) La similitudine non è davvero mia. È un’idea che nasce dalla medicina antica di Galeno e Ippocrate, ma che è rimasta in uso fino al XVII secolo. Esisteva l’idea che il corpo fosse percorso da quattro fluidi di colore e consistenza diversi, e che l’eccesso o il difetto di un determinato fluido provocasse certe malattie. Non solo: si riteneva che i fluidi fossero anche responsabili del temperamento di una persona. Si era collerici o flemmatici, a seconda del colore dominante («flemmatico» deriva proprio dal nome di uno dei fluidi, la «flemma»). Insomma, pare che gli antichi considerassero il «nero» responsabile tanto del cancro quanto della malinconia. L’accostamento, quando ne venni a conoscenza, mi stupì e mi sembrò calzante per il libro. Quando però mi sono trovato a dover associare un temperamento anche a Nora, ho scoperto che nessuno dei quattro codificati mi convinceva. Così ne ho cercato uno nuovo, soltanto per lei, e l’ho trovato nell’argento che, come suggerite, non è un vero colore, bensì un metallo. Qualcosa di vivo, che conduce bene l’energia (elettrica).

Bret Easton Ellis, lo scrittore californiano, insiste molto sull’importanza degli incipit. Sa che un buon incipit vale il biglietto vincente della lotteria. L’incipit è come la prima uscita con una ragazza. Devi essere spigliato, divertente, intenso, persino drammatico, ma non devi strafare. Devi sparare molte delle tue cartucce, ma, per carità!, non tutte, e non subito. Il suo incipit è straordinario. Lei parte dall’epilogo e parla della morte come «rinuncia all’ostinazione» tratto fortemente distintivo della signora A. Come mai questa scelta?

L’incipit, per me, è sempre la prima frase. Non è una tautologia questa. Nel senso che l’incipit è davvero la prima frase: è la prima che scrivo del libro. Finora, con tutti e tre i romanzi, mi è capitato così. Ho cominciato esattamente da dove il libro comincia. E l’attacco del romanzo è l’unico elemento non suscettibile di cambiamenti successivi. Per questo ci metto così tanto a partire, ogni volta. Non credo valga lo stesso per tutti gli scrittori, anzi. Ma, fino a che non ho una prima frase che mi convince perfettamente, io non posso nemmeno posare le mani sulla tastiera. Non si tratta solo, come dice Ellis, di un biglietto vincente, di un’astuzia, ma di una vera e propria dichiarazione di intenti. Se gli intenti non sono abbastanza chiari è inutile proseguire.

Patrick Modiano, nel discorso di accettazione del premio Nobel per la letteratura, ha detto:  «Quando stai per terminare un libro, ti sembra che questo cominci a staccarsi da te e respiri già un’aria di libertà… E non appena hai tracciato l’ultima parola, ti lascia. È finita, non ha più bisogno di te, ti ha già dimenticato. D’ora in poi saranno i lettori che gli riveleranno la sua vera natura. In quel momento provi un grande vuoto e la sensazione di essere stato abbandonato». Anche lei prova queste sensazioni quando termina un libro?

Giuro che non me lo ricordo che cosa si prova a terminare un libro. Perché adesso ne ho appena cominciato un altro. Ve lo dirò fra non troppi mesi, spero.