Archivio Autori: Redazione Einaudi

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Simone GiorgiL’ultima famiglia felice

Le famiglie felici si somigliano tutte, oppure no? Forse ciascuna è felice a modo suo, e la felicità, proprio come un vetro, nasconde sulla sua superficie liscia mille linea di frattura, invisibili fino a quando non s’infrange. La famiglia di Matteo Stella è felice? Lui fa di tutto perché lo sia: è un padre amorevole, un marito devoto, un uomo che si sforza in ogni modo per essere una brava persona. Senza ipocrisia ma con l’ingenuità assoluta che hanno solo le persone di buone intenzioni.

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Simone Giorgi

Liceo Statale Moscati, Grottaglie (Taranto)
Classe: IIIB
Docente: Daniela Annicchiarico

Nel tuo romanzo, L’ultima famiglia felice, si fa una vera e propria indagine psicologica dei personaggi; quando la famiglia si disgrega la colpa è di entrambi i coniugi, come mai nel libro questa colpa fallimentare viene imputata per la maggior parte a Matteo?

Diciamo che, in realtà, è Matteo stesso a imputarsi tutte le colpe. A volersele imputare, persino. Perché Matteo Stella è un uomo che, nella vita, si è dato un compito: costruire una sorta di sistema operativo in grado di garantire a lui e alla sua famiglia una felicità costante e inattaccabile. La professione, gli amici, le ambizioni personali, per lui tutto passa in secondo piano. Al centro della sua vita ci sono sua moglie Anna e i suoi figli adolescenti, Eleonora e Stefano. Per anni Matteo li ha resi – o almeno ha creduto di averli resi – felici, grazie alla sua tolleranza, alla sua propensione al dialogo, al suo affetto, e a tutte le mille teorie che ha elaborato per sapere sempre come rispondere ai colpi della vita. Solo che il 12 dicembre 2003, il giorno in cui si svolge il romanzo, la vita inizia a colpire più forte, e Matteo vede la felicità andare in pezzi.

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Insegnante

Beppe FenoglioUna questione privata

Paola Biscoglio (Orbassano, Torino)

Nebbia inafferrabile e tangibile, come un gregge di pecore, delle lenzuola oscillanti, un mare bianco latte. Amore tra presenza e assenza. Sono questi i ricordi del mio primo approccio alla letteratura sulla Resistenza, attratta da una annunciata visione «privata» di una storia collettiva.

Il partigiano Milton, protagonista di Una questione privata, percorre il viale d’accesso della casa della donna amata, quella Fulvia che, riemergendo dai ricordi, spera possa essere salvezza e futuro. Ma il romanzo, che incede con andamento classico alternando riflessioni dialoghi e descrizioni, si avviluppa nell’ipotesi di un tradimento; tra ricerche e domande senza risposta, Milton crolla, a un metro dal muro, forse perché ciò che conta non è la fine ma il percorso, che non porta alla donna amata ma al cuore contraddittorio dell’Uomo.

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Antonella OssorioLa mammana

Può una storia ambientata nel regno di Napoli a metà Ottocento essere così contemporanea? Sì, perché Antonella Ossorio narra di una diversità senza tempo, e al tempo stesso della libertà di cercare la propria identità.

Al centro del romanzo ci sono infatti due solitudini speciali che sapranno conquistare il proprio posto nel mondo, sfidando ogni destino già scritto. Perché quello che siamo è ciò che scegliamo di essere ogni giorno.

«Eppure a vederli parevano una famiglia come le altre. Anzi, quasi come le altre, perché né la bellezza di Lucina né il candore di Stella erano merce comune».

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Classe

Antonella OssorioLa mammana

Liceo scientifico A. Genoino, Cava de’ Tirreni (Salerno)
Classe: V C
Alunno: Fedele Di Nunno
Docente: Erminia d’Auria

La storia straordinaria di Lucina è divisa in tre parti, similmente alle cantiche della Commedia di Dante, in cui la protagonista affronta un percorso di «catarsi» attraverso i pregiudizi del popolo. La mammana rappresenta la forza di volontà e di rivalsa, l’affermazione della propria libertà nella diversità. Stella è l’emblema della vittoria, simbolo dell’intelligenza che supera i limiti fisici imposti dalla vita. Bartolomeo è l’amante di Lucina, fedele alla sua bellezza e alla sua forza d’animo.

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Percorsi

La menzogna (e il perdono)Marco Peano

Ogni volta in cui mentiamo, che lo si voglia o no, stiamo costruendo una storia. Che si tratti di una cosiddetta «bugia bianca» – ovvero una menzogna pronunciata a fin di bene, spesso per non ferire qualcuno – o di una bugia vera e propria, l’arte di affermare qualcosa di non corrispondente al vero si perde nella notte dei tempi. Falsificare la realtà, però (e tutti noi ne abbiamo esperienza), non è affatto facile: quante volte accade di non ricordare ciò che si è inventato?

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Andrews

Jesse AndrewsQuel fantastico peggior anno della mia vita

Greg è un diciassettenne sovrappeso dalla battuta facile il cui unico scopo nella vita è scivolare inosservato attraverso quella guerra fredda fra bande che è il liceo. Un giorno la madre lo informa che una sua compagna, Rachel, ha contratto una grave forma di leucemia e lo costringe a passare del tempo con lei. Greg ha da sempre l’hobby di girare e interpretare pellicole amatoriali con l’amico Earl, così, quando scopre che Rachel trova i suoi film divertenti, finisce per girarne uno dedicato a lei. Greg racconta la storia in prima persona alternando in modo apparentemente sconnesso monologhi interiori, liste, dialoghi e stralci di sceneggiatura, in una sorta di esilarante collage post-moderno.

Quel fantastico peggior anno della mia vita è un romanzo sulla malattia e l’amicizia che, come la vita stessa, sa tenere insieme risate e lacrime, dolore e divertimento. E sa raccontare la morte, e la necessità di farvi i conti, con quella leggerezza e quella sensibilità che solo i ragazzi possiedono.

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Chiara Frugoni

Liceo Dante Alighieri, Roma
Classe: IIIA
Docente: Christian Raimo

Francesco rinnega la letteratura e la cultura poiché ritiene che distolgano dal lavoro manuale, che lui predilige; nonostante ciò più volte si esprime in francese. Perché allora non rinuncia anche a questo aspetto della sua vita precedente?

Non è esattamente così. Rinuncia alla cultura perché la scienza – ritiene – «gonfia», fa diventare superbi, è una fonte di orgoglio e di dominio, spegne la carità, crea una separazione fra chi sa e chi no. Vuole essere un povero ma non un mendicante; per questo vuole che lui e i frati lavorino. Parla in francese quando è ancora sulla via della conversione, quando si ricorda molto bene delle avvenure di re Artù e di Orlando che erano scritte in francese, dove il giovane Francesco trovava esaltati i suoi ideali, la liberalità, la cortesia, la prodezza. In quel tempo Francesco pensava ancora di diventare cavaliere. Francesco parla in francese in occasioni speciali: ricorre alla lingua dei paladini e dei cavalieri quando ha bisogno del loro modello, per superare con slancio una situazione emotiva difficile, quando ha paura e vergogna. È allora che parla la lingua con cui i suoi eroi mettono in atto generosità, lealtà, coraggio disinteressato.

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Insegnante

Silvio D’ArzoCasa d’altri

Francesco Targhetta (Conegliano, Treviso)

«Senza dubbio, uno dei migliori libri che io abbia mai letto». Sorrido, leggendo il finale perentorio con cui una studentessa di quinta ginnasio suggella la sua recensione a Casa d’altri di Silvio D’Arzo – che avevo consigliato, in alternativa ad altri due libri, come lettura natalizia. Avevo avvertito la classe: «È un racconto lungo in cui si narra l’incontro tra un prete e una vecchia in un paesino di montagna. E no: non è una storia d’amore».

Se c’è un pregiudizio duro a morire, quando si è giovani lettori, è il contenutismo, secondo l’equivalenza: libro triste = libro brutto. Da insegnante, ho sempre deciso di affrontare questo atteggiamento di petto, senza mai considerare, se non in casi estremi, il criterio dell’effetto depressivo, con la speranza, dopo le discussioni in classe, che anche lo studente più legato al culto del lieto fine («ma prof, che peso, alla fine muoiono tutti!»), si renda conto come sia la bellezza a darla, la felicità. E la bellezza può stare ovunque: persino a Montelice.

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